“Quando si scrive delle donne, bisogna intingere la penna nell’arcobaleno” (Denis Diderot)

È con questa bella immagine che vogliamo salutare tutte le donne in questa giornata della donna, perché festa non é.
1Ogni due giorni, una donna viene uccisa dal marito, compagno, fidanzato ecc… Un triste bilancio al quale occorre porre rimedio. Il ministro del lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero ha promesso tempi brevi sulla ratifica della Convenzione sulla violenza sulle donne, messa a punto a Istambul nel maggio 2011. Una ratifica che tutti chiedono per mettere fine ad episodi inqualificabili, frutto di una cultura della sopraffazione che nulla sembra poter scalfire. Eppure si può combattere questa cultura di morte con la cultura del rispetto della persona, della sua valorizzazione in quanto essere umano, unico ed irripetibile, in una parola la “cultura di genere” che non è un concetto astratto legato ad enunciazioni ad effetto ma la concretizzazione, ovunque, di ciò che riteniamo debbano essere le corrette relazioni tra individui, tra uomo e donna, tra lavoratori, lavoratrici ed ambiente di lavoro. Nelle relazioni aziendali, lo sviluppo della cultura di genere potrebbe restituire ai rapporti interpersonali e lavorativi il necessario rispetto delle differenze al fine di un’ottimizzazione della produttività – tanto cara ai mercati – che però non penalizzi il BEN ESSERE delle persone, ed anzi ne attivi la valorizzazione delle competenze, dei ruoli e della capacità in un’ottica di vera e concreta reciprocità per l’azienda e per le lavoratrici e per i lavoratori. Partire dalla persona, dalla sua piena valorizzazione, è l’unica strada per arrivare alla piena competitività e massima 2produttività di un’azienda, sia essa pubblica o privata, e in questa prospettiva il sindacato vuol essere il punto di partenza per un effettivo miglioramento delle condizioni di lavoro. Abbiamo speranza che la cultura di genere possa essere lo spartiacque tra il vecchio modo di considerare i rapporti di lavoro e le nuove organizzazioni d lavoro improntate ad un effettivo Well Being, dove la valorizzazione della diversità tra uomo e donna diviene politica essenziale delle moderne organizzazioni lavorative.
È un argomento importante e, lasciatemelo dire, i percorsi durante questo cammino non sono facili ma noi ce la metteremo tutta: siamo abituate a rimboccarci le maniche, come si suol dire, e ad andare avanti.
Oggi più che mai il “pianeta donna” è in gran movimento di espansione. Molte donne evidenziano la polivalenza della loro immagine costruita a più dimensioni, nella quale oltre il lavoro trova posto anche la famiglia in un gioco d’equilibri tra sentimento e ragione, tra emozione e raziocinio.
3C’è il desiderio di un’armonica integrazione con il mondo che la circonda (professionale, affettivo, familiare) un’integrazione che la donna attua con un’estrema flessibilità dei ruoli: moglie, manager, madre. L’atteggiamento della donna nonostante tutto è un atteggiamento giusto, forte, mai rassegnato o rinunciatario, impostato verso una crescita personale di tipo introspettivo che si pone l’obiettivo di conoscersi e rispettarsi, dando spazio anche ai propri bisogni. In questa realtà oggettiva più che il raggiungimento di specifici obiettivi professionali, la principale aspirazione della donna é la capacità di riuscire a mantenere un buon rapporto fra professione e vita privata, evitando di dare alla prima uno spazio prevaricante con il risultato di non avere poi più tempo per il resto o ancora peggio, permettere al lavoro di nevrotizzarla. Anche secondo gli psicologi professione e vita affettiva sono entrambi irrinunciabili e appare importante che debbano coesistere. Naturalmente non mancano i problemi di ordine pratico legati alla mancanza di tempo per se stessa, per leggere, per ascoltare la musica, per esempio, ma anche per ascoltarsi dentro, per rigenerarsi e per riposare.
4Un altro problema da non sottovalutare sono i figli che spesso sono la vera fonte di conflitto. Il segreto a mio avviso sta nella mediazione, cioè nella ricerca di un equilibrio fra l’impegno alternato a periodi di maggior lavoro, da far seguire da periodi di dedizione ai figli.
Riguardo alla parità il 43% delle donne ritiene di subire concorrenza sleale da parte dei colleghi uomini. Si parla di “soffitto di cristallo” intendendo con ciò una barriera al di là della quale riescono ad avventurarsi poche donne. Non possiamo infatti negare che nonostante i passi in avanti fatti in questi ultimi anni, questa barriera invisibile esiste ancora. Tutto ciò non può che stimolarci sempre più ad orientarci verso un riconoscimento di quelle che sono le capacità e professionalità vere di ciascuna donna che fa parte del mondo del lavoro e che sono condizioni essenziali alla crescita libera e democratica del paese.
La nostra vita è senz’altro più ricca e più libera, ma è anche accompagnata ogni giorno da conflitti e contraddizioni molto pesanti. Il 70% delle donne italiane lavora complessivamente 60 ore la settimana fra casa ed impiego contro il 15% degli uomini. Le donne che arrivano a posti di comando sono ancora oggi delle eccezioni, la rappresentanza politica femminile è in costante calo, mentre lo sfruttamento del corpo della donna si fa ogni giorno più ossessivo.
5Le donne continuano a immettersi nel mercato del lavoro anche in mancanza ai servizi sociali che le liberino, almeno personalmente, dal carico di lavoro familiare e continuano ad entrare nel terziario, settore che in ogni caso è il solo che attualmente assorbe manodopera, a fronte dell’espulsione che avviene in agricoltura e nell’industria. Al di là di ogni facile ottimismo e diversamente da quanto è propagandato con grande enfasi dai mezzi di comunicazione che ci descrivono protagoniste e vincenti in ogni campo della vita economica e sociale, si ha la sensazione che per noi donne colmare uno svantaggio secolare sia molto più difficile del previsto.
Non è vero che abbiamo ottenuto tutto. È lungo ancora il cammino e dobbiamo andare avanti per eliminare le discriminazioni che ancora permangono nella nostra società e le gravi penalizzazioni che ancora ingabbiano le donne in altre parti del mondo.
Ogni donna, a qualsiasi età deve fare il suo percorso coerentemente al proprio modo d’essere ed alle proprie aspirazioni. Occorre inoltre un’attenzione costante a se stessa ed ai propri bisogni per saper riconoscere le proprie fonti di felicità.

Domanda: la donna di oggi è felice?
6 È difficile dirlo, anzi è complicato definire cosa sia la felicità. C’è chi pensa che sia uno stato di incoscienza e quindi più uno è incosciente e si affida ad altri, tanto più si affida all’istinto e tuttavia dovrebbe essere felice. Se mi chiedessero la ricetta della felicità risponderei con un consiglio alle donne di essere armoniche con se stesse e con gli altri. Non è facile da ottenere l’armonia, ma non è impossibile perché è un atteggiamento filosofico, ma direi loro: non rincorrete la felicità perché è molto più aleatoria. Io credo, come disse diversi anni fa la scrittrice Dacia Maraini in un’intervista, che, col procedere, la felicità porta a un distacco da noi stessi. Personalmente spero molto di più nell’armonia che si ottiene creando buoni rapporti con gli altri, sia donne sia uomini, dimenticando il disprezzo, l’odio, l’invidia, la dipendenza.
7Spesso sentiamo assicurare che la donna di oggi ha vinto, ma qual è la vittoria più gratificante? Alcune mete “legali” ci sono state, su questo non c’è dubbio. Le altre situazioni di vittoria a mio parere, le metterei sul piano culturale ed intellettuale, la donna ha ottenuto una maggiore stima di sé e questo è fondamentale, perché il rispetto corrisponde ad una maggiore dipendenza. Riflettiamo sulla posizione della donna nei riguardi della società e dell’uomo. Con sicurezza ritengo che l’inquietitudine femminile, nella gran confusione che regna in questo momento sia la cosa più importante e quella che salvo.
9Di contro penso e credo che il mondo oggi favorisca le posizioni di attesa, spesso superiori alle risposte che le donne si aspettano e che molte volte rimangono deluse. Un esempio sono quelle belle speranze di libertà, di gioia, di allegria che i modelli dei mass media impongono e che assai raramente nella vita accadono. Il pregio, in ogni caso, di questo momento di crisi è che la donna, mai come ora, vede l’uomo con molto più realismo di una volta e di conseguenza anche il sentimento amore è meno ‘il mito’ di sempre. Anche rimanendo importantissimo, è vissuto con giusto distacco: d’amore, per fortuna non si muore più. Senza dubbio la donna ha fatto un passo avanti, anche se limitatamente alle discriminazioni di carattere culturale, quelle del “quotidiano” hanno la stessa origine e sono molto difficili 8da vincere, le loro radici sono profonde e faticose da eliminare. Occorre porsi da pari in un confronto leale col maschio. Se la società ha cucito addosso alla donna un ruolo che spesso ne mortifica l’armonioso sviluppo della personalità, ha ugualmente cucito sul maschio un vestito che ne altera attitudini e comportamenti: noi donne chiediamo parità in tutti i campi. È giusto. Ma siamo effettivamente pronte ad accollarci le responsabilità che ne derivano? Ben sapendo che le responsabilità non sono “bruscolini” ma spesso vogliono dire angosce, senso di colpa, super lavoro e fatiche, oppure vogliamo essere presenti al momento dello stipendio, rivendicando però con incontrollata aggressività i futili riti sacralizzati appunto dal ruolo, il parrucchiere, l’abbronzatura, il vestito firmato, ecc? Certamente non è estenuando il nostro presunto avversario con interminabili discussioni su un letto da 10rifare che cresceremo dentro, che diventeremo più consapevoli di noi e degli altri. Decidiamoci, donne, su come vogliamo essere “tenere e crudeli” o semplicemente donne, tenere, crudeli, intelligenti, ‘sceme’, allegre, tristi, sportive, pigre e tante altre cose, ma soprattutto generose combattenti.

Vorrei concludere ricordando i diritti delle donne tropo spesso negati proprio a causa delle discriminazioni di genere:

Il diritto di scegliere
Il diritto di lavorare
Il diritto di essere giovani
Il diritto al riposo
Il diritto al sapere
Il diritto alla salute
Il diritto ad una vita senza violenze
Il diritto alla sicurezza nei luoghi di lavoro
Il diritto di decidere
Il diritto di contare
Il diritto alla pace

Pistoia, 8 Marzo 2013

   Testo di Lalla Calderoni,
fotografie* di Luca Bertinotti
_______________________

* le fotografie riportate nell’articolo sono state tutte ottenute in Etiopia nell’anno 2013. Si tiene a precisare che le prima fotografia, per quanto cruda, non ha nulla a che vedere, in senso stretto, col tema ‘violenza sulle donne’. La fustigazione della ragazza ripresa di spalle, infatti, fa parte di un rito tribale dell’etnia Hamer.