Giornata della Memoria 27 Gennaio

GIORNATA DELLA MEMORIA. Sono programmati una serie di eventi per i giorni 21 Gennaio e seguenti a Pistoia in occasione del Giorno della memoria. Fra gli altri, Sabato 25 Gennaio 2014 presso al saletta degli Incontri dell’Assessorato alla Cultura in Via Sant’Andrea n° 16, interverranno la professoressa Maria Lorello e il professor Adriano Senatore. Verrà raccontata la storia di Arturo Bargellini, pistoiese reduce dalla Campagna di Russia.

giornata della memoria locandina e depliant_Pagina_3

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Il video dell’evento:

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Si ringraziano tutti coloro che hanno partecipato all’evento e fra questi un grazie particolare va al Presidente della Provincia di Pistoia, Dr.ssa Federica Fratoni, e all’Assessore alle Attività ed istituti culturali, Politiche culturali, Tradizioni e politiche interculturali, Educazione e formazione, Edilizia scolastica, Università e ricerca, Politiche giovanili, Dr.ssa Elena Becheri.
All’incontro hanno partecipato tra gli altri anche il Professor Fabio Giannelli, che ha incantato i presenti con un superlativo intervento, e alunni della Scuola Roncalli che hanno letto alcune delle lettere di Arturo Bargellini (a questo link una sintesi delle letture).

Riportiamo qui sotto il discorso integrale tenuto dalla Professoressa Maria Lorello, dell’Associazione ‘9cento, in ricordo di Arturo Bargellini.

E’ doveroso ricordare inoltre che la memoria storica degli accadimenti è stata conservata dalla figlia Signora Paola Bargellini, senza la cui testimonianza preziosa non sarebbe stato possibile rendere degno omaggio al padre Arturo.

Arturo Bargellini fu un cittadino pistoiese che 70 anni fa fu coinvolto, suo malgrado, in due tragiche esperienze la Campagna di Russia e la prigionia in Germania. Infatti, quando l’Italia entrò guerra lui era un giovane di 32 anni, che venne richiamato alle armi e catapultato volente o nolente in quella tragica esperienza che fu la seconda guerra mondiale. Nel 1941 venne spedito in Russia e all’indomani dell’8 settembre fu catturato dai Tedeschi e deportato in Germania. 

Arturo Bargellini era nato a Groppoli, tra Spazzavento e Serravalle, il 30 luglio del 1908, da mamma Ester Bruni e da Rodolfo Bargellini. Arturo era quarto di 8 figli e cominciò fin da piccolo a lottare con le insidie della vita, per esempio, insieme alla sorella da piccolo percorreva chilometri per raggiungere la scuola, affrontando acqua e freddo, con la cartella sulla schiena e rilegata coi fil di ferro perché non c’era possibilità di averne altre e gli zoccoli di legno detti a pianella ai piedi. Appena un po’più grande suo padre fu chiamato a combattere la prima guerra mondiale e Arturo restò solo con la madre ad accudire i fratelli più piccoli e a fare i lavori dei campi, i compiti di scuola li faceva la sera tardi alla luce di un lumino ad olio posto su una pentola rovesciata per fare più luce.
Nel 1929 fece il servizio militare e precisamente a Bologna, nel Reggimento Lancieri, poi nel 40 venne richiamato alle armi.
Nel 1941 fu stanziato a Bologna col 3° squadrone Cavalleria Savoia e da lì partì per la Campagna di Russia, viaggiando per 21 giorni su un treno merci; in Russia trascorse due freddi inverni nelle valli di Kiev.

Nell’intervista che lui rilasciò alla Nazione del 1° agosto 2010, Arturo racconta con un’invidiabile lucidità: “Quelli fra il 1941e il 1942 furono mesi difficilissimi: in Russia trascorremmo due inverni senza avere l’abbigliamento adeguato per quel tipo di freddo. Passavamo lunghi giorni in trincea, cercando di coprirci con la neve per evitare di diventare bersaglio dei Russi”.
Certe volte in battaglia erano costretti, per salvarsi, a rifugiarsi fra le piante dei girasoli e una volta vi rimasero nascosti per 19 giorni e alimentandosi con cibo buttato dagli aerei.
Arturo diceva di considerarsi fortunato per essere riuscito a sopravvivere alla guerra e ricordava spesso i suoi compagni che purtroppo non ce l’avevano fatta.
Il contrattacco dei Russi li costrinse a ritirarsi e la ritirata fu tragica, come abbiamo potuto sentire dalle parole di Rigoni Stern. Il clima era freddo, il ghiaccio per terra non permetteva di far camminare i cavalli, che perciò avevano bisogno di ferri speciali. Spesso i militari, che purtroppo non indossavano scarpe e vestiti adatti a quel clima, avevano gambe e piedi congelati. Ogni giorno morivano tanti suoi commilitoni, che venivano seppelliti in lunghissime fosse.
Il suo reggimento, tornato in Italia, fu dislocato a Parma e poi a Mantova. Arrivò l’8 settembre del ’43 e proprio da Mantova lui spedì una cartolina postale datata appunto 8 settembre (ma la data del giorno non è ben leggibile) in cui conclude dicendo ai familiari “di farsi coraggio”.

Dopo l’armistizio e il disarmo, dovette scegliere se continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco oppure essere inviato in un campo di detenzione in Germania. Arturo rifiutò l’arruolamento e venne considerato “prigioniero di guerra” e avviato al lavoro coatto. Arturo, infatti, venne deportato in un campo di concentramento, uno dei cosiddetti Stammlager, i campi per prigionieri di guerra. Lui era in quello denominato con la sigla XIII C.
La vita nel campo era dura, Arturo lavorava 12 ore al giorno (doveva fabbricare cuscinetti a sfera per le armi), l’alimentazione era scarsissima e per sfamarsi era costretto a rovistare nei bidoni della spazzatura per raccogliere bucce di patate o qualche altra cosa.
Dalla prigionia spedì alcune lettere ai familiari, la posta, ovviamente, era controllata e lui non poteva dire di trovarsi male o lamentarsi per qualche cosa.
La lettera era costituita da un unico foglio piegato e richiuso: sulla facciata interna, c’era il testo della lettera. Sul retro, corrispondente alla busta, in alto c’è la dicitura Griegsgefangenenpost, con traduzione in francese ( corrispondenza dei prigionieri di guerra) e ovviamente c’erano anche il nome del mittente e quello del destinatario.

Quando ho visto queste lettere, mi sono commossa e mi è sembrato di conoscere ancora meglio il nostro Arturo: la calligrafia è precisa, sono scritte in un buon italiano, e, ora parlo da insegnante, corretto sotto tutti i punti di vista. Se si considera che Arturo, prima di partire per la guerra, aveva frequentato fino alla terza elementare soltanto (dopo che era tornato prese la licenza elementare alle serali), mi ha meravigliata abbastanza. Queste lettere, in condizioni normali, forse non farebbero effetto, ma se pensiamo a dove e quando sono state scritte, l’emozione è davvero forte! Il filo conduttore di è il desiderio di ricevere notizie da casa e la voglia di rassicurare i familiari sulla propria salute.

Come dicevo prima, nelle lettere non c’è altro, la posta in partenza e in arrivo veniva attentamente controllata e lui lo sapeva.
Finalmente, nell’Aprile del 1945, venne liberato dalle truppe angloamericane. Con mezzi di fortuna, più che altro su un carro bestiame, riuscì a raggiungere Pistoia, 2 mesi dopo.
Al suo ritorno a casa, comincia la seconda parte della vita di Arturo: aveva 37 anni, gli altri fratelli si erano già sposati e dovette accudre l’anziana madre da solo.
Arturo, come detto prima, viveva Groppoli e in quella piccola borgata lavorava dall’alba al tramonto, prima in proprio e poi come salariato, nel breve spazio di tempo che gli rimaneva libero, frequentava anche la scuola serale, come ho detto prima.
Lavorava i campi, faceva la raccolta delle olive e le portava al orazione al frantoio, vendemmiava nel suo podere e in quello dei vicini, e, ogni volta che ce n’era bisogno, correva dai vicini quando una mucca stava per partorire il vitellino.
Dopo tanti anni di duro lavoro, anche per lui, colmo dei colmi, poter andare in pensione rappresentò un problema e la cosa ha dell’assurdo.
Nell’intervista sulla Nazione disse: “Ho dovuto lavorare più del previsto perché durante il periodo del militare non mi erano stati versati i contributi”, questo fu il ringraziamento dello Stato italiano per quello che Arturo aveva fatto, aggiungo io ironicamente.

Negli anni 80 lasciò Groppoli e si trasferì a Pontelungo con la figlia, da pochi anni era rimasto vedovo. Qui trascorse gli anni della vecchiaia. facendo lunghe camminate con gli amici e sempre pronto a discutere su vari argomenti di attualità, fino agli ultimi giorni. A chi gli chiedeva il segreto per arrivare alla sua veneranda età, rispondeva sicuro : “Cibo moderato, vino poco o nulla e tanto movimento”.

In occasione dei 100 e poi dei 101 anni, Arturo ebbe svariati festeggiamenti per diversi giorni: dal sindaco, dai vari presidenti di circoscrizione e dalla CGL, ma soprattutto da tutto il paese e da quanti lo conoscevano e stimavano.
Nel 2010, il nipote Otello Bargellini prese contatto con il 3° Reggimento Cavalleria Savoia di Grosseto dove Arturo aveva militato. Così vennero inviati 2 comandanti alla festa del suo 102°compleanno, i quali, oltre a una bella intervista, portarono diversi regali: un libro che riporta la storia di un cavallo che come Arturo aveva partecipato alla guerra in Russia ed era riuscito a cavarsela; un crest raffigurante il simbolo del Reggimento e una croce di guerra al merito. Questo incontro venne raccontato su un articolo della Nazione, quello a cui avevo accennato prima, con tanto di foto e di intervista.

Il 16 luglio 2011 Arturo si spense, avrebbe compiuto 103 anni qualche giorno dopo.

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Infine la nostra gratitudine va al giornale Metropoli di Prato che ha voluto pubblicare un articolo sulla nostra iniziativa (Metropoli DAY Prato, Venerdì 31 Gennaio 2014) che riportiamo qui sotto e che ci ha fatto molto piacere:
Metropoli Prato

1 risposta a “Giornata della Memoria 27 Gennaio”

  1. PAOLA ha detto:

    UN GRAZIE DI CUORE ALLA VOSTRA ASSOCIAZIONE X AVER VALORIZZATO E DIFFUSO LA STORIA DI MIO PADRE ARTURO

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