La guerra vista dall’ospedale

Ricordi della Signora Marcella Romagnoli

Sono rimasta molto stupita quando mi si è chiesto di ricordare la mia vita: la mia vita non ha niente di speciale è simile a quella di molte altre donne della mia età, premesso questo vi parlerò di me così, come mi viene, di quello che ricordo o che mi è stato raccontato.
Ospedale_11Mio padre, Mario Romagnoli, nella primavera del 1927 vinse il Concorso per aiuto Chirurgo e Radiologo all’Ospedale del Ceppo di Pistoia e nell’estate dello stesso anno prese servizio. Mamma traslocò a Pistoia in Settembre, giusto in tempo, dato che sono nata in questo ospedale l’8 novembre 1927.
Mi hanno raccontato che, per festeggiare la mia nascita, i miei genitori regalarono al reparto di ostetricia una dozzina di culline, perché fino ad allora i bimbi dovevano stare nel letto con la mamma con frequenti problemi di umidità (allora non esistevano i pannolini usa e getta) e di riposo della donna già affaticata dalla gestazione e dal parto.
In questo Ospedale sono nata e vissuta fino a venti anni. Papà aveva preferito il quartiere destinato al Direttore Sanitario, rifiutato dal Prof. Collatino Cantieri che come tale ne avrebbe avuto diritto, ma molto più comodo per chi avrebbe dovuto essere disponibile sia per gli eventuali parti, che per le urgenze chirurgiche.
C’era in casa nostra una campanellina con una lunga catena che arrivava fino al pian  terreno,   quando  c’era  un’urgenza  il  portiere  tirava  la campanella, papà si affacciava ad un finestrino e veniva a sapere di cosa si trattava. Il telefono venne solo dopo il 1935!
Ricordo vagamente il vecchio Ospedale: la portineria si trovava dove ora è l’ingresso per gli uffici e all’interno, sulla destra entrando, c’era una fontanina di pietra dove venivano riempite le bottiglie d’acqua per i degenti e spesso si formava una fila di persone che aspettava il proprio turno, ricordo pure le cucine che prendevano aria da un piccolo chiostro che si trovava andando verso la radiologia, cucine tutte nere dai fumi del carbone e della legna che ancora venivano impiegati per la cottura dei cibi. Andando avanti si trovava la “Siberia”, un lungo corridoio che doveva forzatamente essere adoprato per arrivare dal Pronto Soccorso fino alla Radiologia e si tramutava in un tormento per gli infortunati, perché il pavimento era pieno di buche e le finestre non avevano che pochi vetri rimasti. Si capisce bene, perciò, perché lo chiamassero così!
Il nostro quartiere era grande, c’era un lunghissimo andito che liberava le stanze, tutte con le finestra verso il vicolo del Frantoio e sfociava infine nella cucina che invece aveva le finestre verso la maternità. Questo mi ha impedito di credere che i bambini nascessero sotto i cavoli perché molto spesso si sentivano urli disumani venire da quella parte e la cuoca diceva: “Povera donna… questo figlio lo paga caro!”.
Abitare in Ospedale non è mai stato un problema per me, anche se alcune mamme preferivano che andassimo a giocare con i nostri amichetti nelle loro case, perché farli entrare nell’ospedale faceva effetto! Avevo libero accesso nelle corsie perché avevo molte amicizie tra le suore e le infermiere o infermieri. Ricordo che i malati, al momento del ricovero, venivano spogliati e rivestiti con un camicione bianco aperto sul dietro e le malate inoltre dovevano rinchiudere i capelli in una retina fatta ad uncinetto dalle suore stesse.
La Domenica mattina io e mio fratello potevamo entrare nel lettone e stare a covare con papà e mamma facendo programmi per la serata.

Al telefono nel suo studioUna domenica del 1939, era la fine di Marzo, squillò il telefono. Addio – pensai – un’urgenza! Vidi papà saltare fuori dal letto e mettersi sull’attenti. Mi sembrò buffo in pigiama, ma lo sentii dire: “Quando la Patria chiama, non si deve dire di no”. Finita la telefonata sapemmo che era stato richiamato col grado di Capitano e che doveva presentarsi dopo 15 giorni alla Caserma dei Bersaglieri di Siena.
Passammo la Pasqua a Lucca in casa Romagnoli con la nonna e la zia. Dopo qualche giorno papà cominciò la sua vita militare e passarono diversi mesi prima che fosse inviato in Albania. Di quei mesi ricordo in particolare il 18 giugno, festa dei bersaglieri. Nel campo sportivo i bersaglieri motociclisti si esibirono con le loro moto in esercizi sbalorditivi e poi ci fu la sfilata dei bersaglieri che sfilarono di corsa per le strade di Siena. Fu qualcosa di entusiasmante: fanfare a tutto fiato e penne al vento! Uno spettacolo travolgente!
E poi cominciò la guerra. Le lettere di papà, attese con ansia e lette tutti assieme, la casa così spoglia senza la sua voce, senza i suoi abbracci, senza la sua allegria.
Un bel giorno la divisione Centauro tornò in patria per riordinare le file e venne mandata in Friuli. Appena finita la scuola, raggiungemmo papà in un paesino chiamato Cavasso e vicino a lui passammo tutta l’estate. D’accordo con alcuni bersaglieri imparai a mandare la motocicletta, di nascosto perché erano Guzzi o Gilera 500 ed erano perciò molto pesanti, ma dietro di me c’era sempre un bersagliere pronto ad aiutarmi. Fu in quel periodo che ho conosciuto Camera. Stava a Sequals, un paesino a due chilometri dal nostro ed ho sempre la sua foto con tanto di firma. Andammo avanti e indietro per il Friuli fino all’inverno del 1942, quando papà venne mandato in Tunisia.
Con la truppa
Un giorno nel giugno del 1943, mentre ascoltavamo il giornale radio, vedemmo mamma molto turbata, ci disse che sperava che papà fosse stato fatto prigioniero, perché aveva dovuto arrendersi. L’Italia aveva perso la guerra! Da allora passarono più di due anni prima di avere la certezza che papà fosse vivo.
Nel frattempo, delle cugine di mamma m’invitarono nella loro casa a Deccio nel Brancolese.
Il Brancolese comprende una serie di colline che s’innalzano ripidamente a destra del Serchio fra Lucca e la Garfagnana. Erano posti impervi ma molto belli, per arrivarci bisognava camminare per un ripido sentiero per più di quaranta minuti e tutti i vari bagagli venivano portati a dorso di ciuco. A Deccio le mie cugine possedevano un casone pieno di camere ed erano use ad invitare amici e parenti a passare un po’ di tempo con loro per non annoiarsi. La più grande Lisetta era sposata e aveva tre figli, il più grande Alberto di sei anni, le bimbe, una ancora in fasce e una di due anni. Fra lei e suo marito avevano tante conoscenze interessanti ed è stato in quel periodo che mi sono interessata alla letteratura e all’arte, ascoltando le conversazioni dei vari ospiti, persone di grande cultura e simpatia. Ero sempre piena di domande alle quali rispondevano ‘docenti universitari’ ed io bevevo le loro parole senza saziarmene mai. Imparai anche ad essere una padrona di casa. Lisetta era molto brava, imparai a stare in cucina ed in salotto, a trattare con gli ospiti e ad accudire i bambini. Tornai a casa molto più intimamente ricca di quando ero partita! Mi trattenni a Deccio fino ad Ottobre, poi, riaperte le scuole, dovetti tornare a Pistoia.

Macerie di Guerra_2Il 24 Ottobre del 1943, Pistoia venne bombardata. Noi eravamo nella nostra casa in Ospedale. Scendemmo giù in Portineria e lì aspettammo la fine del bombardamento che durò, credo, tre quarti d’ora e dopo rimanemmo a dare una mano al Pronto Soccorso dove cominciarono ad arrivare feriti e morti. Mamma era crocerossina e si mise subito a disposizione, mio fratello aiutò i barellieri, a me dettero una bottiglia di Cognac da far bere a quelli che arrivavano sfiniti e disperati. Per tutta la notte rimanemmo ad offrire il nostro aiuto.
La mattina decidemmo di andare dalla nonna a Lucca e attraversammo Pistoia tra cumuli di macerie e gente piangente e disperata davanti alle rovine delle loro case. Ci mettemmo tre ore per arrivare a Lucca. Ogni tanto il treno si fermava e tutti davamo una mano a ripulire le rotaie, coperte di terra e detriti, per poter continuare la corsa. Lucca era un altro mondo. Mangiammo, andammo a letto ed io dormii dodici ore filate.
Una volta ritornati a Pistoia, poi, mamma decise di trasferirsi fuori città. Aveva già fissato alcune stanze in una villa posta oltre Candeglia: San Simone. Cominciammo un’altra vita, la mattina mi recavo in bicicletta a scuola, fino a Monsummano, perché là erano sfollate le Magistrali (ed era una bella sfacchinata!). La sera stavamo in compagnia delle tante persone sfollate a San Simone. Giocavamo un po’ a Pinacolo. Umberto, mio fratello, insieme ad altri ragazzetti, coltivava un orticello ed io lavoravo a maglia. La Domenica andavamo alla Messa in Candeglia dove trovai alcuni ragazzi e ragazze un po’ più grandi di me anche loro sfollati da quelle parti. Ci riunivamo un giorno da uno, un giorno dall’altro e così conobbi persone che poi ho ritrovato nel corso della mia vita: Paola de Rossi, Anna Cappellini, Alberto Gozzi, Luciano Stanghellini, Valerio e Natale Rauty, Marcello Danesi e Sandro Giacomelli, che è poi divenuto mio marito. I tedeschi ebbero bisogno della villa e ci mandarono via per una settimana che passammo a casa e fu allora che vidi la sconfitta del Reich passarmi sotto gli occhi.
Un giorno sentii un rumore di motori e mi affacciai alla finestra verso via della Pappe. Vidi camion sfilare lentamente, pieni di mobili dorati, orologi e sacchi colmi, militari tedeschi tutti sbracati e donne, una in vestaglia stesa su un divanetto con un bambino al petto ed una mucca legata all’autocarro. Improvvisamente ebbi una grande pena per loro, per noi, per tutta la povera gente costretta a combattere, a vivere lontano da casa, a soffrire mille disagi. Perché – mi domandavo – perché ci dobbiamo ridurre così?
Potemmo tornare alla villa di San Simone, ma quando ci rendemmo conto che presto potevamo trovarci coinvolti in scontri tra Americani e Tedeschi, decidemmo di tornare in città perché mamma si sentiva più sicura in Ospedale che in mezzo alla campagna. Furono trovati un ciuchino e un carretto, caricammo l’indispensabile, così, mamma e la Bruna in carretto, io e mio fratello in bicicletta, arrivammo a Pistoia.
Macerie di Guerra_1
I tedeschi bombardavano dalle Colline verso la città, perciò non era il caso di stare nel nostro appartamento all’ultimo piano; ci venne dato un po’ di spazio al pianterreno. Materasse a terra e… ringraziare il cielo! C’era una gran confusione in ospedale, nelle camere paganti erano nascosti prigionieri russi e americani e partigiani, con vistose ingessature da mettere e levare in caso di bisogno, il pian terreno e le cantine erano occupati dagli abitanti dei dintorni comprese le ragazze di via Tomba. In una stanza si era rifugiata la famiglia del Dott. Forleo e una famiglia Ricci divideva la stanza con noi…
Quando piovevano le bombe, si correva tutti in cantina ed eravamo una folla perché venivano anche i malati del Padiglione Lazzereschi.
Credevamo che gli Americani avrebbero fatto presto a liberare Pistoia, in realtà passarono più di venti giorni. Il cibo iniziava a scarseggiare, anche perché non c’era modo di cuocere niente. Noi avevamo fagioli e farina gialla ma era roba inutile, perché in casa non arrivava l’elettricità e noi avevamo una cucina elettrica. Pativamo la fame e con le prime piogge arrivò anche il freddo e noi eravamo vestiti leggeri. Per fortuna, ogni tanto, un camion americano distribuiva del cibo!
I Sudafricani si erano acquartierati nelle vicinanze della città. Ogni tanto giungeva un ufficiale per rendersi conto delle eventuali esigenze dell’ospedale e toccava a me, con il mio stentato inglese scolastico, riceverli, portarli a giro e fornire loro una lunga lista con le necessità dell’ospedale. Una volta capitò un ufficiale completamente sbronzo che mi voleva sposare subito, subito. Mi strappò davanti agli occhi la foto della fidanzata, mi si inginocchiò davanti e mi s’aggrappò alle gambe dicendo che lo dovevo sposare e che cercassi un prete. Non sapevo più cosa fare, non mi potevo muovere, m’era venuta la tentazione di infilargli i diti negli occhi ma non volevo inimicarci un alleato! Fortunatamente passarono due tizi che me lo strapparono di dosso e lo lasciarono a smaltire la sbornia contro il muro.
E finalmente i carri armati degli Alleati arrivarono in Piazza del Duomo, ma fu un guaio perché i tedeschi, ancora sulle colline, cominciarono a cannoneggiare la piazza facendo diversi feriti tra la popolazione. Ricordo ancora una ragazza di vent’anni, Franca Priami, che morì dissanguata in ospedale urlando: “Dottorino, salvami!”. La salma fu sistemata nell’attuale ingresso posto nei pressi dell’Accademia Medica. Io la trovai là, stesa su una barella, spettinata e malmessa. La pettinai, piangendo, le misi delle calze bianche e corsi nei giardini a cogliere dei mazzi di oleandri rosa che le sistemai attorno. Stetti con lei finché non vennero i partigiani a farle la nottata per non lasciarla sola, piangendo e ammirandone l’ormai inutile bellezza.
Macerie di Guerra_3
Giorni dopo, quando erano già definitivamente arrivati gli alleati, sentii un gran vocio in piazza dell’Ospedale: c’erano sei o sette uomini con delle ramazze che venivano costretti a spazzare e, mentre spazzavano, venivano bastonati e presi a calci da alcuni soldati Sudafricani divertiti. Uno dei civili cadde a terra e un calcio lo prese in piena bocca facendone uscire denti e sangue. Io mi sentii travolgere dallo sdegno e cominciai ad urlare: “Non hanno diritto di trattare così un italiano!”. Forse avrei potuto sopportare, se lo avessero fatto degli italiani ma che uno straniero trattasse così un nostro compatriota era inaccettabile! Stavo per correre a strappare il bastone a quel soldato quando il Dott. Santini e Odoardo Linoli mi trattennero e, a forza, mi chiusero in una stanza, cercando di calmarmi: “Se ti sentono bastonano anche te”, dissero.
E la guerra in un certo modo ferì anche me. Arrivata la Primavera un giorno ebbi un colpo di tosse e mi trovai il fazzoletto pieno di sangue… vissuta in mezzo ai medici, sapevo benissimo di cosa si poteva trattare, e pensavo che la mia vita fosse finita, che sarei piano, piano morta di consunzione! Ma non avevo considerato che in ospedale c’era uno dei più valenti tisiologhi italiani, il Prof. Cantieri. Egli venne da me e mi convinse a fare delle punture d’aria che avrebbero tenuto fermo il polmone, permettendogli di risarcire la piaga che vi si era formata.
Quando vidi gli aghi che dovevano arrivare al polmone, cominciai a urlare
dalla paura: erano grossi come ferri da calza! Il professore mi disse che
quella cura era la sola speranza che avevo di guarire ed io, per diverse
volte, dovetti sopportare quelle dolorose punture. Il Prof. Cantieri ebbe
ragione: in pochi mesi la tisi venne sconfitta ed io completamente risanata.
In ospedale con la divisa_1
Un pomeriggio di Ottobre ero alla finestra che dava su via della Pappe, quando una
donna, che stava in San Mercuriale, mi gridò: “Arriva il su’ babbo!”. Mi prese un tremito così forte che non riuscivo a muovermi, mi feci forza e corsi giù per le scale. Corsi, corsi finché non raggiunsi papà proprio sul portone, lo strinsi stretto, stretto. Lui mi baciava sui capelli e quando senti di nuovo il suo pizzetto sulla mia guancia allora e solo allora per me finì la guerra.

Ho vissuto in quel quartiere nell’Ospedale del Ceppo per altri tre anni: mi sono sposata in Santa Maria delle Grazie e nell’ospedale è nato mio figlio.
Ho visto l’Istituto Radiologico ingrandirsi e arricchirsi di macchine radiologiche all’avanguardia, e Giancarlo Piperno affiancare mio padre giorno, dopo giorno, pronto ad apprendere ed a migliorarsi costantemente, come papà ha fatto fino all’ultimo seguendo, già gravemente malato, corsi di Stratigrafia.
Ho aiutato mio padre a organizzare il piccolo museo nel qual riunì quanto rimasto dei vecchi ferri chirurgici e arredi dell’antico ospedale ed a sistemare i libri della vecchia Scuola Medica in quei grandi armadi settecenteschi che facevano parte del vecchio guardaroba.
Ho fissato in quella grande stanza del Museo, addobbata e piena di fiori, la salma di mio padre ed è in quella sala che l’ho visto per l’ultima volta.
Circa un anno dopo, o poco, più sgomberammo e “casa Romagnoli” nell’Ospedale del In ospedale_1Ceppo fu solo un ricordo.
Ma il nome Romagnoli è ancora legato all’Ospedale del Ceppo di Pistoia, perché a Mario Romagnoli è intitolato L’Istituto Radiologico da lui fondato nel lontano 1927 ed a Mario Romagnoli è intitolata una Biblioteca voluta e donata dalla Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia per onorarlo e ricordarlo.

Pistoia, 2 Aprile 2013

Testo di Marcella Romagnoli,
fotografie tratte dall’archivio famiglia Romagnoli (1)
e dall’archivio Mosi (2)
_________________________________________

(1) foto 1, 2, 3, 7 e 8 (soggetto: Prof. Romagnoli)
(2) foto 4, 5 e 6 (soggetto: Pistoia bombardata)

Un ringraziamento particolare va al Sig. Ideale Mosi che con grande disponibilità e amore per la ricerca storica ha messo a disposizione della ‘9cento il proprio archivio d’immagini.

1 risposta a “La guerra vista dall’ospedale”

  1. franco matteoni ha detto:

    complimenti: molto bello, emozionante.

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