La voce del partigiano Renato Novelli

Siamo lieti di presentare un elaborato dell’intervista rilasciata in esclusiva all’Associazione ‘9cento dal Sig. Renato Novelli, uno dei più giovani partigiani ancora viventi, completata dalle considerazioni storiografiche del prof. Adriano Senatore.

I. Rinnovare l’immagine della Resistenza per apprezzarne la lezione morale e civile. La funzione essenziale della voce dei protagonisti.

La storiografia resistenziale ha, come è naturale, intessuto la discussione sul valore civile e morale di un’esperienza breve (venti mesi), ma fondamentale per la nascita e lo sviluppo di un’Italia diversa: in effetti è difficile non riconoscere nella Resistenza la tappa necessaria di un processo di riappropriazione della propria identità morale, civile e politica da parte di un popolo vessato e umiliato dal Ventennio; processo che sfocerà nel Referendum istituzionale del 1946 e nella Carta Costituzionale. Non è possibile immaginare la svolta repubblicana e la nascita delle istituzioni democratiche senza la lotta armata delle bande partigiane e, soprattutto, senza la rinascita della politica in quei venti mesi: grazie ai partigiani e ai partiti antifascisti che li motivarono sul piano etico e politico.

Della Resistenza tuttavia è prevalsa, soprattutto nei primi decenni della Storia repubblicana un’immagine a volte stereotipata, funzionale al consolidamento delle istituzioni democratiche faticosamente conquistate: obiettivo cui hanno contribuito anche molti storici che di quegli eventi sono stati spesso anche protagonisti. In tal senso opere come la Storia dell’Italia Partigiana di Giorgio Bocca (1966) e Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia (1953) sono esemplificative di una storiografia capace di raccontare esattamente gli eventi e di comunicare il clima emotivo in cui si svolsero, ma anche troppo vicina, per ragioni biografiche e ideologiche, a quegli avvenimenti, per sfuggire completamente ad un’apologia resistenziale e ad una certa mitizzazione dei fatti.

Negli ultimi anni, invece, la distanza temporale ha favorito il proliferare di opere non altrettanto documentate e (mi si conceda) “oneste” dal punto di vista intellettuale, a fini chiaramente revisionistici, per una propaganda politica che, nella sostanziale equiparazione dei due fronti (nazifascista e partigiano), di fatto annulla le differenze e il significato più profondo di quell’esperienza da cui nacque l’Italia contemporanea.

Mi appaiono illuminanti, a tal proposito, le parole dello storico Santo Peli che, nel 2006, ha scritto una breve storia della Resistenza e che così sì è espresso sulla storiografia tradizionale sulla Resistenza: “Il rischio ricorrente nelle prime e ormai canoniche storie della Resistenza, e ancor più nella costruzione della memoria pubblica della Resistenza, è stato la riduzione a stereotipi eroicistici della soggettività, e la parallela rimozione delle contraddizioni, delle miserie, debolezze, cedimenti, la cui conoscenza è indispensabile per apprezzare anche le innegabili grandezze individuali, e i momenti epici di una storia collettiva. Insomma, storiografia militante e, ancor più, decenni di celebrazioni liturgiche hanno finito per sottoporre l’irriducibile complessità della Resistenza…a pericolosi processi di semplificazione e monumentalizzazione…” [1]

Esiste un antidoto sia all’apologia sia al revisionismo, favorito anche da un decadimento dei valori civili e da un’ignoranza storiografica diffusa? Possibile una lettura sufficientemente distaccata degli eventi per apprezzarne il significato più profondo e riproporne anche la “lezione” alla contemporaneità?

Lungi dal credere all’esistenza di una storiografia definibile come scienza esatta dei fatti (un mito del Positivismo che stenta a morire) e convinto, con Benedetto Croce, che la storia è sempre attuale, nel senso che nasce dagli interrogativi del presente ed è figlia della sensibilità, della cultura che partorisce la ricerca storiografica (chiaramente secondo la soggettività del ricercatore), ritengo che sia possibile ampliare la conoscenza storica resistenziale riconfrontandosi, come sempre deve fare uno storico, con le testimonianze, scritte e orali dei protagonisti di quelle vicende: lasciando parlare i partigiani, testimoni di una fase unica e irripetibile della storia nazionale.

Il presente lavoro si basa perciò sulla testimonianza orale di un partigiano che ha partecipato ad una delle pagine più oscure e drammatiche dell’ultima fase della Resistenza: la stagione dei rastrellamenti culminati nell’eccidio del Monte Sole, conosciuto anche come strage di Marzabotto [2], cittadina in provincia di Bologna. Un ragazzo che, all’epoca, aveva solo sedici anni e che tuttavia operò una scelta di grande valore civile e morale. Il suo nome è Renato Novelli e, attraverso le sue parole, rivivremo una fase decisiva della nostra storia.

II. Introduzione storica alla testimonianza: la convulsa estate partigiana del 1944 e l’eccidio del Monte Sole.

La testimonianza del partigiano Renato Novelli, di Camugnano, si inserisce nella storia resistenziale della montagna bolognese, nella genesi e nella successiva disfatta della gloriosa “Brigata Stella Rossa”, comandata da Mario Musolesi, detto “Lupo” [2].

L’estate del ’44 segnò, su un piano più generale, una fase espansiva del movimento partigiano: aumento degli effettivi (fin dalla primavera, dopo la crisi invernale); nuove forme organizzative (collegamenti con i CNL e partecipazione al governo romano dei partiti antifascisti dopo la svolta di Salerno; costituzione del CVL); significativi successi militari e politici, con l’insurrezione di Firenze e di altre città dell’Italia centrale (Roma è invece liberata in giugno più per merito degli alleati) e la nascita di aree direttamente controllate e governate dai partigiani che sperimentano nuove forme democratiche di gestione del potere (cosiddette “zone libere” e “Repubbliche Partigiane” [3]).

L’avanzata alleata è comune a tutta l’Europa e sembra doversi concludere rapidamente anche sul fronte italiano: non sarà così per la tenace resistenza opposta dagli occupanti tedeschi e soprattutto per la scelta (nell’autunno) degli alleati di fermare le operazioni. Le bande partigiane subiranno questi cambiamenti passando dall’entusiasmo iniziale ai rovesci dell’autunno-inverno del 1944, che sarà ricordato come il periodo dei rastrellamenti e della grande crisi: senza più una prospettiva di attacco imminente alla Linea Gotica i tedeschi potranno impegnarsi a fondo per sradicare le bande partigiane e colpire le effimere repubbliche partigiane.

Prima della crisi autunnale però, in estate, i tedeschi avevano già assestato duri colpi alle bande e soprattutto seminato il terrore tra i civili, durante la ritirata da Roma in direzione Nord e le operazioni di posizionamento sulla Linea Gotica, la cui costruzione si stava completando: Nel giugno-luglio, sull’asse della ritirata Roma-Firenze, che attraversa il Valdarno, e poi nelle immediate retrovie della Linea Gotica, da Sant’Anna di Stazzema (12 agosto) a Marzabotto (29 settembre), l’estate del ’44 è quella del martirio delle popolazioni civili, vittime dell’imbarbarimento di una guerra dall’esito già scontato” [4].

L’attacco alla Brigata “Stella Rossa”, attiva nell’Appenino bolognese, intorno al Monte Sole, tra i comuni di Marzabotto, Monzuno, Grizzana Morandi e altri comuni limitrofi, si inserisce in una strategia finalizzata a rendere sgombre le retrovie del fronte, debellando le bande partigiane e sterminando sistematicamente le popolazioni civili, per fare “il vuoto” intorno ai partigiani eventualmente sopravvissuti. Operazioni di inaudita barbarie, senza nessuna giustificazione bellica. Incendi e uccisione sistematica di ogni vivente nella zona indicata come obiettivo dell’azione: uomini, donne, bambini, anziani, animali.

Il compito di “pulire” le zone nevralgiche del fronte in Toscana e Emilia Romagna, viene affidato, dall’8 agosto 1944, alla sedicesima divisione SS di Reder, che impiegò una violenza e una brutalità mai viste. Giorgio Bocca parla, a ragione, di “marcia del terrore” per indicare le nefandezze dalle SS: è il terrore che oltrepassa la sua stessa dottrina; l’opera di un manipolo di uomini che concepiscono solo lo sterminio sistematico e sono capaci di compierlo con freddezza, precisione, “scientificità” [5].

Dal 29 settembre al 5 ottobre vengono uccisi dai nazifascisti nei modi più crudeli 770 persone: è il massacro più grave compiuto dai tedeschi in Italia e il secondo in Europa.

La mano nazifascista ha ucciso 216 bambini, fra questi alcuni neonati, 316 donne e 142 persone sopra i sessanta anni. Queste 674 vittime appartengono quasi tutte all’eccidio di Monte Sole. Fra i 770 caduti anche i tre giovani parroci di San Nicolò, di Sperticano e di San Martino (don Casagrande, don Fornasini, don Marchioni).

Se il massacro delle fosse Ardeatine si può spiegare nell’arbitrario codice tedesco di rappresaglia (10 italiani uccisi per ogni tedesco morto), la strage di Marzabotto deborda dagli stessi limiti della rappresaglia mostrando che non esiste alcun freno alla spaventosa orgia di morte che viene messa in atto.

È lo stesso ufficiale nazista Walter Reder, al comando del battaglione che eseguì il massacro, a dichiarare al processo che lo vide imputato che l’azione contro la Stella Rossa «non era una spedizione punitiva né un’azione di rappresaglia». Solo la più compiuta manifestazione di quella terribile macchina di morte che furono le SS, nel momento più tragico della storia del Novecento.

Di quei giorni è stato testimone anche il partigiano Renato Novelli, all’epoca poco più che un ragazzo.

III. “Quando scelsi di diventare partigiano” [6]

Renato Novelli, classe 1928, uomo dal vivace ingegno, ricorda ancora con emozione, il momento in cui scelse di diventare partigiano: “Un giorno ero a mietere il grano a casa mia, a Camugnano e si sentì una sparatoria in una fungaia…la sera seppi che avevano fucilato due ragazzi: uno era un ragazzo fuggito dalla Francia dopo l’occupazione nazista (oggi è seppellito a Camugnano)… era un amico intimo e questo fatto mi sballò il cervello. Stetti due giorni alla finestra a pensare… poi contattai una staffetta dei partigiani, tale Poli Nildo, e gli chiesi di portarmi in brigata e così due giorni dopo partii per la montagna per raggiungere la Brigata”.

È dunque un fatto drammatico che colpisce direttamente il giovane Renato a far maturare in lui la decisione di “salire alla montagna”: l’uccisione di un amico, la consapevolezza che la guerra è arrivata, con la sua scia di morte, a turbare una dura, ma tranquilla esistenza di un contadino (Novelli sottolinea, in un passo dell’intervista, quanto fosse dura la sua esistenza da contadino, dedito ai lavori stagionali, senza l’aiuto dei macchinari moderni…).

Dal racconto di Novelli si comprende quanto fosse già forte il legame fra la formazione partigiana e la popolazione civile: infatti gli abitanti conoscono i partigiani; sanno chi è lassù in brigata; fitta è la rete dei rapporti tra una comunità e una banda partigiana che si caratterizza per il suo radicamento nella realtà locale. La Brigata Stella Rossa infatti fa del suo carattere autoctono un elemento di forza per garantirsi appoggio materiale e morale dalla popolazione dei comuni dell’appennino bolognese, per essere percepita come struttura che difende la terra natia contro l’oppressore nazifascista. Molti giovani, come Renato, diventano partigiani perché percepiscono quella formazione come il proprio esercito di difesa, l’unica strada possibile per la liberazione dal nazifascismo (in una zona fortemente antifascista anche prima della guerra).

 

IV. Vita da partigiano

La vita di un partigiano non è affatto semplice e il racconto di Novelli ne è fedele testimonianza. L’arruolamento, che è avvenuto il 1 luglio del 1944 (come attesta la tessera n°3748 prodotta dal ANPI Comitato Regionale Emilia Romagna Bologna [7]), proietta il giovane in una realtà di dure privazioni anche materiali: si dorme in una capanna senza molti conforti. Quali compiti svolse il partigiano Renato Novelli?

Dal suo racconto emergono compiti di approvvigionamento (si reca, come altri, con un asino, una volta la settimana, a fare rifornimento di viveri); presto però, dopo un veloce addestramento all’uso delle armi (pistole, mitragliette, armi leggere che sono quelle in dotazione della banda), viene assegnato anche a compiti di difesa e controllo del territorio, poiché il reparto di cui fa parte, attestato in cima al Monte Salvaro, deve fungere da sentinella al grosso del secondo battaglione, che si trova invece ai piede della montagna e ha bisogno di protezione dall’alto. Il partigiano Novelli svolge, una volta, anche la funzione di custodire un uomo sospettato di essere una spia nazifascista.

Il partigiano è in continuo pericolo e non solo perché rischia di cadere vittima in un’azione di guerriglia contro i tedeschi: a volte anche l’imperizia nell’uso delle armi si trasforma in tragedia. Narra infatti Novelli che, proprio il giorno in cui arrivò in brigata, “un colpo partito accidentalmente uccise un civile di quaranta anni. Un certo Gino chiese al sergente russo di mostrargli come si usava una P38 tedesca (alla brigata sappiamo che si unirono anche prigionieri russi) e il sergente, nel provare l’arma, fece partire un colpo che purtroppo fu letale. Il colpo raggiunse un punto dove io ero fino a pochi attimi prima: fu il caso che mi fece spostare di lì; posto che fu purtroppo preso da un altro… che morì in questo assurdo modo…

Durante il trasferimento, prima di arrivare alla postazione del Monte Salvaro, Novelli con altri compagni e i prigionieri russi raggiunge il secondo battaglione attestato più a valle: qui giunge, a cavallo, il comandante “Lupo”, appositamente chiamato per coonoscere i prigionieri russi. Di questo incontro, l’unico tra il giovane partigiano e il comandante (anche se Novelli partecipò al corteo funebre nei giorni della liberazione di Bologna, quando fu ritrovato, dopo quasi un anno il cadavere di Mario Musolesi, sulle modalità della cui uccisione esistono in verità testimonianze discordanti), ancora oggi rimane impressa, nella mente del testimone, l’autorevolezza dell’uomo che garantiva, con la propria leadership, l’unione della banda partigiana: un comandante, a cavallo, che voleva che la brigata avesse carattere di formazione militare, apartitica, simile, in questo, alle bande partigiane “autonome” del Nord.

V. La disfatta della brigata (29 settembre) e i giorni dell’eccidio

L’attacco delle SS tedesche colse di sorpresa la Brigata che, senza aver predisposto piani di difesa, in possesso di informazioni contraddittorie, non riuscì a salvare né se stessa né la popolazione civile dal massacro sistematico.

Nelle parole di Renato Novelli si comprende che decisivo per la vittoria tedesca, oltre alla superiorità degli effettivi (“eravamo circondati dappertutto“) e delle armi (in quantità e qualità), fu l’effetto sorpresa: all’alba del 29 settembre i tedeschi erano già nella postazione del reparto del secondo battaglione e, anzi, proprio il fatto di giungere tardi sul luogo destinato al combattimento salvò il gruppo di cui faceva parte Novelli. Inizia allora una fuga per la salvezza personale e di gruppo: non essendo più possibile mantenere in piedi la struttura militare, lontani i comandi, vince l’istinto di sopravvivenza. Novelli, per sei giorni (dal 29 settembre al 5 ottobre), insieme ai compagni (una quarantina) si attesta a Calvezzano, a12-13 km da   Pioppe di Salvaro, dove cercano di sfuggire al rastrellamento tedesco e rimangono in attesa di notizie sul comando di brigata (un’altra parte, più consistente a livello numerico, della brigata, sconfina invece in Toscana): sono giorni difficili, in condizioni estreme, in assoluta penuria alimentare (“mangiavamo poco, qualche mela…”).

La sera del 5 ottobre, Raimondo Vianello, che era un partigiano con funzioni di comando (ci soffermeremo più avanti sulla posizione di Vianello nella Resistenza), avuta notizia della morte del comandante Lupo e della fuga di gran parte della Brigata verso la Toscana (almeno 600-700 effettivi), permette a Novelli di lasciare le armi e andare via. Renato, insieme con un compagno ( un siciliano chiamato Jim) inizia allora la lunga e difficile strada del ritorno: in due giorni compie solo otto chilometri, a causa della presenza dei tedeschi e delle condizioni atmosferiche (sono giorni di continua pioggia).

E quando sembra ormai prossima la salvezza, intorno alle ore 12 del 7 ottobre, il partigiano Renato Novelli viene catturato e rischia di morire. Così riferisce quei momenti drammatici: “Dopo giorni e giorni passati a fuggire ed evitare i rastrellamenti tedeschi, quando già sembrava di essere al sicuro, andammo a finire proprio in bocca ad un manipolo tedesco e fummo fatti prigionieri. Davanti a me c’era un soldato che roteava in aria, per spaventarmi, un mitra… è stato un incubo ricorrente per anni. Iniziai a calcolare il tempo che avrebbe impiegato ad impugnare l’arma e sparare… calcolai quattro secondi e mezzo. Avevamo poco più di quattro secondi per scappare…mi resi conto che la salvezza era possibile a patto di trovare condizioni di scarsa visibilità e una casa per coprire la fuga. Dopo due ore, in marcia con questo gerarca, trovai il luogo per realizzare il piano di fuga; feci un cenno al mio compagno e riuscimmo in ciò che avevo accuratamente preparato. Un piano da stratega militare: ma invece di vincere una battaglia, salvai la pelle”.

VI. Il ritorno a casa e l’emozionante incontro con i familiari

Renato torna, finalmente, l’8 aprile 1944, nella propria casa di Camugnano: è stanco; non mangia da giorni; in condizioni igienico-sanitarie precarie. Ma nessuno si aspetta che ritorni: tutti, familiari compresi, lo credono morto.

Dopo quasi settanta anni Renato si emoziona ancora nel ricordare lo stupore della madre al suo inatteso ritorno: un’immagine impressa nella sua memoria e nel suo volto che, meglio di mille parole, testimonia il significato più profondo della vita, che la guerra – ogni guerra – sembra tragicamente dimenticare.

Dopo la disfatta del Monte Sole e la rocambolesca fuga, Novelli trascorre, come altri partigiani, mesi durissimi: è l’ultimo inverno prima dell’insurrezione e liberazione finale della primavera ’45.

Il partigiano, alla ripresa dell’avanzata alleata, si unisce ad altre formazioni partigiane, poi unificate nella “Divisione Bologna” del Corpo Volontari della Libertà in vista dell’imminente offensiva alleata. I partigiani giungono, insieme agli Alpini, a Bologna quattro giorni prima dell’arrivo degli alleati e, con l’insurrezione e liberazione, si conclude una fase breve, ma intensa della storia personale di Renato Novelli e degli altri partigiani. Sullo sfondo della storia generale, emergono tuttavia le testimonianze dei singoli: è dalle vicende private degli uomini che si comprende allora fino in fondo il dramma della guerra.

VII. Un partigiano “speciale”: Raimondo Vianello

Nella testimonianza di Renato Novelli emerge una particolare presenza nel fronte partigiano: quella di Raimondo Vianello (1922-2010), noto uomo di spettacolo nel dopoguerra, che non ha mai negato, anche in tempi recenti, la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana. Sappiamo che, tra il giugno e il luglio del 1945, fu detenuto nel campo di Coltano (PI), destinato dagli alleati agli aderenti al nazifascismo: Raimondo fu detenuto in quanto sotto-ufficiale dei Bersaglieri dell’esercito repubblichino [8].

Novelli ricorda però con precisione i momenti della sua vita partigiana con Vianello; racconta inoltre dettagliatamente un episodio in cui, grazie all’informazione data, gli salvò la vita: “Quel 5 ottobre, all’alba, ci accorgemmo di essere accerchiati dai tedeschi. Io con un piccolo gruppo mi trovavo su un’altura da cui vidi chiaramente che il gruppo di cui faceva parte Vianello aveva i tedeschi a circa 70 metrii. Da solo, rischiando di essere colpito dai tedeschi, uscì dalla grotta, dove ero rifugiato con i miei compagni, e andai ad avvertire il gruppo di Vianello.”. Non è lecito dubitare della veridicità della testimonianze, (anche il particolare della sostanziale estraneità di Vianello al mondo contadino, che aveva modi e comportamenti di fronte ai quali il giovane Renato era in soggezione, è una prova a favore del fatto che su quelle montagne vi era proprio il futuro showman): dal punto di vista storico è necessario però spiegare perché un esponente delle RSI fosse in mezzo alla brigata Stella Rossa e si dichiarasse partigiano [9].

Già abbiamo accennato alle numerose spie neofasciste che si infiltravano nelle formazioni partigiane: potrebbe essere anche il caso di Vianello.

Forse però la spiegazione più semplice è di un repentino, quanto astuto trasformismo politico: ormai il Reich e il regime di Salò sono destinati alla sconfitta. È solo questione di tempo. Non sarebbe l’unico caso – quello di Raimondo Vianello – di opportuni “salti sul carro del vincitore” (almeno prossimo) e di simili trasformismi abbonda, la storia italiana, anche recente.

Pistoia, 11 Novembre 2014

Testo di Adriano Senatore,
immagini gent. fornite dal Sig. Renato Novelli
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Note

[1]   Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino 2006, pag. 10.

[2]   Per le informazioni sulla storia della brigata e della figura del comandante “Lupo” si vedano le schede presenti nei siti delle associazioni dei partigiani, in particolare dell’ A.N.P..I di Pianoro (BO). Sul sito di questa associazione sono descritte nel dettaglio tutte le fasi della storia della banda: dalla preparazione alla disfatta finale, con attenzione particolare alle dinamiche interne e ai rapporti con la popolazione civile e gli organismi politici della Resistenza (CNL e CUMER).

[3]   Una puntuale descrizione del funzionamento, delle conquiste civili e politiche e dei limiti di queste significative, anche se effimere costruzioni politiche partigiane, è presente in G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana: settembre 1943-maggio 1945, Serie Bianca Feltrinelli, Milano 2102 (la prima edizione, uscita presso Laterza è del 1966). si vedano il capitolo 20 “Le Piccole Repubbliche” e il 25 “Le Grandi Repubbliche”. Sull’uso affatto neutro dei termini per indicare queste “isole” partigiane (zone libere o repubbliche), si leggano le considerazioni presenti nel libro di Santo Peli, Storia della Resistenza cit., alle pagg. 96-104.

[4]   Santo Peli, cit. pag.85-86.

[5]   Per comprendere a pieno l’abominio delle stragi dell’estate ’44, e quindi anche dell’eccidio del Monte Sole in cui fu sconfitta la brigata Stella Rossa e furono massacrati centinaia di civili, è doveroso leggere il capitolo 22 del libro di Bocca, Storia dell’Italia cit, in cui così è ritratto il comandante SS Walter Reder ( modello di barbarie per i propri soldati): “….che significa “giusto” per un ufficiale SS come Walter Reder e per le SS del sedicesimo battaglione della divisione corazzata Reichsfürer? Reder ha del giusto e meritorio l’idea che gli è stata impartita dalla scuola delle SS, egli e i suoi simili sono stati predisposti allo sterminio da un condizionamento fisico e mentale di anni, si sono abituati materialmente alla vista del sangue e alle sofferenze altrui, si sono convinti che l’eliminazione fisica delle popolazioni straniere per essere il compito più ingrato è il più degno di lode, dunque affidato agli uomini migliori del Reich, le SS….il suo comando sta a villa Barsanti (Lucca), c’è una camera per le torture degli arrestati e una sala per le feste e le ubriacature…” pag. 387.

[6]   Si riportano, in questo scritto, ampi stralci dall’intervista, documentata da un video in possesso dell’Associazione ‘9cento, che il signor Novelli ha gentilmente concesso all’Associazione nel mese di settembre 2012.

[7]   Il signor Novelli ci ha mostrato questo e altri documenti attestanti la sua attività di partigiano.

[8]   Vedi la voce Raimondo Vianello su wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Raimondo_Vianello. D’altronde Vianello ribadì anche nel 1998 la sua adesione alla RSI, quando sorsero polemiche circa l’opportunità che presentasse il festival di Sanremo di quell’anno.

[9]   La prova ufficiale dell’arruolamento di Raimondo Vianello tra i partigiani della Brigata Stella Rossa “Lupo” nel Dizionario Biografico online. Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese: 1919-1945 a cura dell’ISREBO (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Bologna Luciano Bergonzini, all’indirizzo web: http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/isrebo/strumenti/V2.pdf, troviamo la voce: “Vianello Raimondo: da Guido; n. il 7/5/1922 a Roma; ivi residente nel 1943. Attore. Militò nella brg Stella Rossa Lupo con funzione di ispettore organizzativo di compagnia. Riconosciuto partigiano con il grado di sottotenente dal 24/4/44 alla Liberazione”.

 

Bibliografia
Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, ET Einaudi, Torino, 2006
Giorgio Bocca, Storia dell’Italia Partigiana: settembre 1943- maggio 1945, Feltrinelli, Milano 2012

Sitografia
http://www.anpipianoro.it/index.html
http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/isrebo/strumenti/V2.pdf

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