Josto Manca e Villa Clara

L’Associazione ‘9cento ha il piacere e l’onore di raccontare la storia di un fotografo italiano di eccezione, Josto Manca.

Note biografiche
Secondo di sei fratelli, Josto nasce nel 1932 a Cuglieri (Oristano). A otto anni la sua famiglia si trasferisce a Cagliari. Nel 1947 inizia l’attività di fotografo, giovanissimo, contro il parere dei genitori. La sua caparbietà e l’enorme passione per la fotografia gli danno la forza e lo guidano durante la lunga gavetta con la quale impara il mestiere. È grazie al suo primo lavoro importante del 1952 che riesce a farsi notare e inizia a percorrere la strada verso il duro mondo della fotografia professionistica, lavorando prima presso lo studio “Moderno Bini Foto”, per passare poi alla “Sequi Agenzia Fotografica”, e infine, nel 1961, approdando alla “Caboni Foto” di Cagliari, studio fotografico di una certa importanza. L’anno dopo anche la sua vita personale decolla e sposa la sua fidanzata di sempre, Marisa, dalla quale avrà cinque figli (Rita, Pierluigi, Cinzia, Alberto ed Elisabetta). Finalmente, nell’Agosto del 1962, dopo tanta gavetta e tanti sacrifici, gli si presenta l’occasione attesa da tutta la vita: L’Unione Sarda, primo quotidiano regionale, lo chiama a sostituire il collega, Aldo Pizzi. Da qui inizia la sua ascesa lavorativa. Nel 1967 esce il primo importante servizio sul “sequestro Deriu”. Il lavoro che segna la svolta è però del 1968: Josto è l’unico fra i reporter in Italia a fotografare la liberazione dell’industriale cagliaritano Luigi Moralis. Dal 1970 in poi, essendosi ormai consolidato il suo rapporto lavorativo di fotoreporter presso l’Unione Sarda, diventerà il fotografo che, attraverso immagini emotivamente coinvolgenti, sempre ‘dentro l’evento’, racconterà la vita di Cagliari e della Sardegna. Ma il suo obiettivo sapiente racconterà nel corso degli anni anche una moltitudine di avvenimenti sia in Italia che all’estero. Nel 1996 inizia una nuova esperienza lavorativa con l’Associated Press, consorzio di vari organi d’informazione, presente in 120 paesi nel mondo, con cui collaborerà fino al 2000, anno del ritiro dal lavoro, scelta dettata dalla necessità di dedicarsi a tempo pieno alla sua famiglia che ancor oggi, nel 2012, lo ricambia con sentimento di affetto e riconoscenza per la sua grande figura di marito, di padre e di nonno.

Attività fotografica
Josto Manca è stato un fotografo assai eclettico e i suoi molteplici lavori hanno spaziato dalla custodia della memoria storica del capoluogo sardo (casotti del Poetto e vecchie Saline), ai servizi di sport (la vittoria dello scudetto del Cagliari di Gigi Riva e la gloriosa Basket Brill) e di spettacolo (concerti di cantautori del calibro di Fabrizio De Andrè e di Adriano Celentano),  al reportage sociale (condizioni lavorative delle donne in miniera) al resoconto di crudi fatti di cronaca (azioni criminose dell’Anonima Sequestri, incendio della Moby-Line). A questo tema appartiene anche il servizio dell’inverno del 1977 sull’ex Ospedale Psichiatrico Villa Clara di Cagliari e sulla sua sezione distaccata di Dolianova.

L’ex OP di Cagliari
Villa Clara, centro direzionale dell’ex Ospedale Psichiatrico, dopo anni di abbandono, è in procinto di divenire la nuova sede della modernissima Biblioteca Provinciale di Cagliari. La struttura sorge sulla sommità del Monte Claro che si trova all’interno dell’omonimo parco, situato a circa 2 km dal centro cittadino in una bella posizione panoramica antistante al Castello di San Michele. I vecchi reparti si trovavano ai piedi del colle e sono stati anch’essi per lo più riutilizzati come sedi di uffici e strutture gestionali dell’azienda USL locale. La villa preesistente, che prestò il nome all’intero complesso, venne acquistata insieme a tutta l’area circostante dalla Provincia di Cagliari alla fine dell’Ottocento per essere ampliata in breve tempo (dal 1905 al 1907) e divenire operativa dal 1920. L’opera fu realizzata dall’Ingegnere Stanislao Palomba sulla base dell’illuminato contributo ideativo del Professor Giuseppe Sanna Salaris (già direttore sanitario del precedente frenocomio), il quale s’ispirò ai più evoluti modelli architettonici europei di cura psichiatrica in auge al tempo, recusando la consuetudine unicamente detentiva delle strutture esistenti: i fatiscenti sotterranei dell’Ospedale “S. Antonio Abate”, prima, e i locali del Reparto Psichiatrico dell’Ospedale “San Giovanni di Dio”, poi. Lodevole fu l’intento dell’Ingegner Palomba di mascherare la dura realtà di reclusione, mediante una cura dei dettagli e la creazione di locali che simulassero la vita di paese: vari uffici, una chiesetta, le cucine, la lavanderia, un panificio. Venne così realizzato uno spazioso villaggio manicomiale, disposto su oltre 40 ettari di terreno, costituito da 6 padiglioni (rispetto ai 24 troppo ottimisticamente programmati originariamente) collegati da vialetti interni situati all’aperto. La zona era inoltre circondata da un salubre bosco di pino marittimo. La struttura fu dotata tra l’altro di una colonia agricola dove i cosiddetti ‘tranquilli’ si prendevano cura del frutteto, della vigna e svolgevano altre attività agricole, secondo i dettami dell’ergoterapia in voga al tempo. I prodotti di questo lavoro terapeutico divenivano in parte vitto per gli internati e in parte erano venduti, assicurando così un modesto profitto ai malati-agricoltori. Nel corso della sua esistenza l’area di Villa Clara ospitò 16000 malati psichiatrici. Nel periodo di massimo fulgore riuscendo a contenere 1200 persone, ben quattro volte il numero stimato dal Prof. Sanna Salaris (per approfondimenti vedere il sito ComuneCagliariNews.it).

Oltre all’evidente problema del sovraffollamento delle strutture, la condotta con la quale la questione ‘malattia mentale’ era gestita nella prima metà del Novecento restava soprattutto quella di ‘curare e custodire’, che voleva in pratica dire ‘segregare’. In quest’ottica anche Villa Clara portò le stigmate di reclusorio sociale. D’ammirevole mantenne solo il grande cancello d’ingresso che, secondo le parole del suo progettista, doveva dare l’impressione “di esser condotti in un locale di delizie, piuttosto che in una casa di salute” il che in realtà era nulla più che un’illusione. Le massicce porte interne accuratamente chiuse a chiave, le finestre decorate da inferriate sicure e le invalicabili mura perimetrali di 3 metri d’altezza, in realtà, erano la vera faccia di un’isola infelice da cui gli alienati non potevano fuggire e della cui esistenza la cittadinanza ‘sana’ faceva volentieri a meno di ricordarsi. L’uragano psichiatrico generato dal veneziano Basaglia riuscì ad abbattersi sulla struttura totale di Cagliari solo nel 1998, con vent’anni di ritardo su quanto stabilito dalla legge.

Josto Manca in visita a Villa Clara
Sono del 1969 opere fotografiche del calibro di Morire di classe di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin o Gli Esclusi di Luciano D’Alessandro, reportage nati con lo scopo di porre la realtà dimenticata dell’istituzione manicomiale brutalmente sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Otto anni dopo anche Josto Manca entra nei manicomi sardi di Cagliari e di Dolianova, affiancando il cronista e amico Giorgio Pisano, in qualità d’inviati dell’Unione Sarda, e realizza un servizio fotografico tanto spettacolare quanto – ingiustamente – poco noto. Il pretesto per entrare fu la necessità da parte del giornale di fare chiarezza su tre morti sospette di ospiti avvenute per ab ingestis (soffocamento per inalazione di cibo) e poi attribuite ad un evento avverso di uno psicofarmaco. In quel luogo, visitato a più riprese, Josto conobbe il limite a cui può giungere l’abbruttimento umano.

Alcuni di quei ricordi dall’inferno sono stati raccontati da Giorgio Pisano nel suo libro Lista d’attesa. La sigaretta che Josto aveva caritatevolmente acceso ad un ospite che contraccambiò il gesto con un sorriso, ma la sua mano non era più in grado di aprirsi per gettare la cicca e si bruciò le dita. La morte di un altro malato che si suicidò tagliandosi con una lametta le vene davanti agli occhi stralunati e impotenti degli altri ospiti che non poterono far nulla per salvarlo. La visione delle pazienti più agitate che si spostavano a quattro zampe, rinchiuse perennemente e lasciate nude nella loro cella come animali. Situazioni a mala pena immaginabili se tanto più si riflette sul fatto che accadevano ancora poco più che trent’anni fa.

Josto Manca eseguì decine e decine di scatti, un monumentale lavoro di testimonianza diretta, che tuttavia lui considerava “robetta”, come racconta Pisano. Ecco forse perché la maggior parte di quelle fotografie è disgraziatamente andata dispersa. Oltre ad essere stato un professionista umile, Josto è stato un padre amorevole e protettivo con i propri figli a cui non raccontò mai i dettagli crudi della forte esperienza nell’ospedale psichiatrico. Lasciamo la parola al figlio Alberto: “Ci raccontava solo cose divertenti e simpatiche del suo lavoro. Mi ricordo soltanto avvenimenti sportivi, concerti, politici e comunque tutte vicende ‘a lieto fine’. Le narrazioni dei sequestri le abbiamo sapute una volta raggiunta la maggiore età e comunque quando lui ha ritenuto opportuno raccontarcele. Sull’ex-manicomio ci ha detto solo che le donne e gli uomini ‘rinchiusi’ lì dentro erano persone come noi, gentili e sempre sorridenti. Presumo che sia rimasto molto colpito da quell’esperienza”.

Memorie di famiglia
Pur oberato dai suoi impegni che lo portavano ad allontanarsi da casa continuamente, Josto Manca è sempre stato un padre attento: ricorda ancora Alberto, tra le altre, una tenera consuetudine di famiglia, un avvenimento semplice ma che aveva un’enorme importanza per lui e per gli altri fratelli: “Vedevamo papà poco o nulla perché era sempre in viaggio e la sua presenza in famiglia era rara (eccezion fatta per un mese nel periodo estivo, se tutto andava bene!). Ricordo che tutti noi figli aspettavamo sempre con grande allegria il Sabato pomeriggio per andare a prendere papà all’uscita da lavoro. Era una passeggiata bella lunga da casa fino al suo ufficio, ma la facevamo con gioia. Ricordo che papà ci portava a mangiare un enorme gelato. La nostra era una famiglia numerosa e, avendo solo una persona che portava lo stipendio in casa, non era possibile permetterci tutto ciò che un bambino poteva desiderare. Anche quello di andare a mangiare un bel gelato tutti assieme, per noi, era un avvenimento assai significativo”.

Onore al merito
La Provincia di Cagliari ha dedicato a Josto Manca una mostra fotografica e un libro nel 2010, L’occhio della cronaca, dove sono riportati anche gli scatti sconcertanti che seguono. Invitiamo il Lettore a pensare a come essi furono generati. Josto non aveva esperienza di malati psichiatrici e possiamo solo immaginare con quanta forza il suo cuore battesse nel petto al momento del primo incontro: la spaventosa moltitudine di emarginati che gli apparve all’improvviso dinanzi, l’odore acre di vecchio, di stantio e di urina, la visione delle stanze in decadenza, le urla o le frasi sconclusionate dei degenti, i gesti assurdi, replicati all’infinito, di alcuni, o l’innaturale fissità da statua di altri, la sensazione di collettiva deriva umana, il senso di giornate sempre uguali, la mancanza assoluta di progettualità, di spinta emotiva e di voglia di fare per essere, per mantenere le caratteristiche di umanità.
Josto Manca si avvicinò a quel mondo da onesto professionista dell’immagine e con sensibilità e rispetto, senza cadere nel trabocchetto della retorica ideologica, riuscì a documentare tutta la realtà dell’orrore, catturando anche gli sporadici attimi di gioia, i momenti di umanità che restavano attaccati all’esistenza mutilata dei malati… e qualcuno dei loro preziosissimi sorrisi.

Ci piace terminare l’articolo su Josto Manca riportando una dedica affettuosa rivolta alla sua figura di professionista e di uomo, che è stata composta dai suoi familiari, ‘cucendo’ vari commenti lasciati dai colleghi dell’Unione Sarda nel sito a lui dedicato: “Chi ha avuto il piacere di conoscerlo come fotografo, ma anche come uomo, è certamente a conoscenza del fatto che è riuscito a realizzare i propri sogni e a dare stabilità alla propria famiglia. Josto non è solo un fotografo che ha saputo raccontare un mondo che non c’è più, ma è anche il primo degli artisti che ci ha reso partecipi, attraverso i suoi scatti, delle tante emozioni che hanno coinvolto i Sardi e tutta la Sardegna”.

Pistoia, 25 Giugno 2012

Testo e fotografie di Luca Bertinotti
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Il materiale fotografico sotto riportato è di proprietà di Josto Manca ed è visibile, insieme a molte altre immagini del grande fotografo, nel suo sito personale (http://www.jostomanca.com/).
L’autorizzazione alla riproduzione in questa sede è stata gentilmente accordata all’Associazione ‘9cento dalla Famiglia Manca alla quale va tutta la nostra gratitudine per la disponibilità e la cortesia mostrateci.

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