Le Croci della Passione e l’Arte Tribale

Le Croci della Passione e l’Arte Tribale

Viene di seguito pubblicato un contributo dell’amico Filippo Biagioli la cui arte risulta molto peculiare e certamente di non immediata comprensione ai nostri occhi di cittadini europei.
Questo soprattutto perché i manufatti di Biagioli sono figli di un approfondito approccio di studio transculturale che lo ha portato a conoscere un ampio bacino religioso e folkloristico attinente a diverse popolazioni, soprattutto extra-europee, spesso molto lontane geograficamente tra loro e tuttavia associabili per alcuni elementi comuni. L’impulso creativo di Filippo Biagioli trae spunto e vivificazione direttamente da quell’essenza artistica ‘primitiva’ a cui ogni forma d’arte popolare di ogni popolazione umana del mondo attinge, pur poi nelle sue differenti forme espressive che variano da continente a continente, da nazione a nazione, da paese a paese.
Esiste un legame, quindi, fra Filippo Biagioli e gli artefici delle croci della Passione e dell’arte sacra popolare, in genere? Penso di sì e ritengo che sia un legame naturale di causa-effetto: quella percezione unica dell’Oltre, del soffio divino, della sacralità di un momento che ispira l’artista. Al tempo stesso, tuttavia, questo legame è anche molto complesso, non facilmente definibile, secondo i canoni precisi di chi studia l’Arte: esso riguarda la sfera percettivo-esecutiva propria di qualunque artista, di ogni luogo e di ogni tempo, dal più rozzo al più raffinato, quella particolare sensibilità che, tramite le sue opere, lo induce a lasciare una testimonianza, una reminiscenza, una traccia (e, insieme, un ringraziamento) dell’Entità superiore che gli si è rivelata.

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Pistoia, 18 Luglio 2016

Luca Bertinotti (testo e fotografie)
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Dalla Terra degli Spiriti alla Terra delle Origini, Arte Tribale a Serravalle

Mostra filippo biagioli dalla terra degli spiriti alla terra delle origini arte tribale a serravalle pistoiese foto di veronica fedi

Nel mese di maggio 2016, il comune di Serravalle Pistoiese (regione Toscana, centro Italia) ha organizzato in collaborazione con la locale parrocchia di Santo Stefano, che ha messo a disposizioni i locali, un’esposizione, progettata da tempo, per far conoscere la mia espressione artistica che in questo stesso territorio prende direttamente origine. Tutto ciò per me è stato motivo di orgoglio.

In aggiunta a questo, le sinergie che si sono venute casualmente a creare fra la mostra e il patrimonio culturale riscoperto all’interno della Cappella, in cui essa è stata ospitata, hanno creato un ponte tra “passato e presente” tanto interessante quanto suggestivo. Per spiegare questo concetto, però, debbo compiere un passo indietro.

Come me, ci sono persone le quali credono che anche in Europa esista una “tribalità” che sia stata di fondamento per le società nell’antichità e che, attraversando i secoli, sia ancora viva.

Per quanto riguarda il passato, solo per portare alcuni dei molti esempi possibili, possiamo riconoscere tracce delle nostre radici, senza ombra di dubbio, in Sardegna nella civiltà dei Nuraghe e nei riti e nelle celebrazioni dei Mamuthones e degli Issohadores; nei resti megalitici di Scozia, Portogallo, Malta, Norvegia e Irlanda; nei culti greci; nelle celebrazioni pagane precristiane in Austria e in Romania; nei rituali di tutti i popoli nomadi e stanziali costieri; nelle danze rituali bulgare; nelle tradizioni cultuali della Romania e in tanti altri luoghi e in tutte le epoche, con tantissimi tipi di manifestazione.

Oggi, l’Arte Tribale Europea è rintracciabile nelle cosiddette “tribù contemporanee”, nuovi comunità di persone, aggregatesi in gruppi legati dai più svariati motivi socio-economici, che condividono territorio, dialetto, modo di comunicare, risorse, culto, cultura enogastronomica, cerimonie, superstizioni, etc.

Dice Arnaldi del MAP, il Museo di Arti Primarie, di Vendone (SV), getta lo sguardo oltre i “canoni” classici con cui oggi viene definita la tribalità nel mondo e definisce tutto questo in maniera più specifica, parlando di “arte primaria”:

Comunemente le Arti Primarie sono l’espressione artistica delle culture extraeuropee, in particolare quelle Africane, Oceaniche e Asiatiche finalizzate ad evocare stati di coscienza più che a rappresentare una specifica realtà, ma si può definire Arte Primaria ogni manifestazione creativa che evoca una dimensione archetipica, al di là del tempo e del luogo in cui è stata pensata e realizzata, e che rimanda all’essenza dell’esperienza umana. In questo senso il linguaggio delle Arti Primarie è usato fin dai tempi delle Incisioni Rupestri per indagare il Mistero della Vita (nascita, morte, gioia, dolore…) e tentare di governarlo”.

In qualunque modo vogliate chiamarla, questa forma d’arte esiste, travalica il tempo e lo spazio, giungendo fino al mondo contemporaneo, ed è anche testimonianza di un territorio che riassume l’archetipo e tutte le sue caratteristiche di cui è composta. Ecco, perciò, potremmo dire che a Serravalle Pistoiese si è creato, in qualche modo, proprio questo suggestivo ponte tra “ieri e oggi”.

Mostra filippo biagioli dalla terra degli spiriti alla terra delle origini arte tribale a serravalle pistoiese foto veronica fedi

La mostra è stata alloggiata nel punto più alto del paese, dove, intorno al XIII secolo, per volontà del Vescovo Soffredo Soffredi, fu edificata la Chiesa di Santo Stefano. La struttura religiosa conserva ancora molte tracce della sua origine romanica. Al suo interno sono inoltre presenti due statue dedicate a Santo Stefano appunto e al patrono di Serravalle Pistoiese, San Lodovico (dato che ho accennato a simboli, archetipi e ancestralità, aggiungo un paio di curiose coincidenze: il Patrono è nato il 9 febbraio 1274, io il 9 febbraio 1975; la via dove abito è dedicata allo scultore che ha realizzato il grande Crocifisso all’interno della Chiesa). A fianco del lato destro della pieve, si trova la Cappella del SS. Sacramento in cui è stata allestita la mostra.

Oltre ad aver ospitato le mie “bambole rituali”, la Cappella, che è sede della Compagnia del SS. Sacramento, custodisce anche una grande ed elaborata “Croce della passione”. Quest’osservazione mi da il là per rievocare uno spaccato della nostra società, un tempo molto legata al territorio e alle sue usanze, quello delle cosiddette “Confraternite” o “Compagnie”. Per addentrarmi più nell’argomento e insieme, riferendomi alla nostra zona, mi affido al testo: “Le antiche Compagnie laicali nel castello di Serravalle”. Le “Compagnie laiche” nacquero come aggregazioni di persone intente a svolgere un ruolo essenziale per la comunità: ognuna di esse di solito aveva un compito specifico, su cui i confratelli concentravano le loro forze, per riuscire a portarlo a termine nel miglior modo possibile. Esse erano aperte sia ad individui di sesso maschile che di sesso femminile. Nello specifico, la Compagnia del SS. Sacramento (o Sagramento) fu fondata nell’anno 1590, e oggi, nonostante abbia di molto ridotto le sue funzioni, è ancora attiva. La Cappella conserva ancora vari tratti distintivi di questa sua funzione, come le panche laterali installate lungo il perimetro interno delle mura, che fungevano sia da seduta, che da contenitore per le cappe e per gli oggetti d’uso dei confratelli. Inoltre è ancora presente l’altare di epoca tarda barocca riconducibile agli anni 1792 / 1793 e un confessionale realizzato in legno, risalente all’incirca al XVIII – XIX secolo. Spiccano inoltre quattro lanterne da processione, o comunque da illuminazione esterna, dotate di “testa mobile”, databili intorno alla seconda metà del 1700. Sempre dello stesso periodo, infine, è presente un “cataletto” funebre, collocato a parete, con la sua coltre nera decorata con teschi. Questo perché la Compagnia si occupava anche di tutti gli “uffizi” per i morti dei confratelli e delle consorelle, che spaziavano dal trasporto della salma fino ad una messa con un officiante appositamente scelto. A quel tempo, vita comune e vita religiosa erano strettamente collegate e il sentire della collettività era fortemente legato alla terra stessa.

Mostra filippo biagioli dalla terra degli spiriti alla terra delle origini arte tribale a serravalle pistoiese foto di luca bertinotti

Eppure, tutto ciò non deve far fermare la nostra attenzione al solo aspetto funzionale, perché, come si può intuire dalle fotografie che corredano l’articolo, questi stretti legami davano vita anche a una forte espressione “artistica” dettata dalla “Passione” e dall’amore verso il divino. Il mistero della morte viene esibito mediante l’esposizione della coltre funebre nera, che copre il cataletto, molto lavorata, sia per ricamo che per colori. Essa possiede simboli disegnati, inerenti al trapasso, molto “forti”, d’impatto, come a suggellare un passo che inevitabilmente va, prima o poi, compiuto. Osservandola bene, la coltre racconta una storia di sofferenza. Tuttavia, è a guardar meglio il teschio, soprattutto se contornato d’oro (in questo caso ci sono i ricami), richiama anche alla rinascita e alla vita eterna. Ecco che quello che sembra essere solo un lenzuolo funebre, tetro e realizzato allo scopo di indicare che la natura di ciò che ricopre è quella di un cataletto funebre, è in realtà un’opera molto più raffinata, dotata di significati profondi. Con lo stesso sguardo possiamo analizzare anche le elaborate lanterne, adornate da foglie, fiori e da altri oggetti che sembrano conchiglie, in ogni caso tutti elementi relativi alla vita, alla femminilità, alla “cura”.

Prendendo in esame anche solo questi due elementi, salta all’occhio come quanto detto in precedenza diventi vero. Benché oggi si tenda a tralasciare l’aspetto spirituale a favore di quello materiale, non dobbiamo dimenticarci che l’uomo ha bisogno di credere, l’uomo ha bisogno di Fede. La Fede trae forza dai suoi riti, dalle sue cerimonie, dall’amore verso il divino. E tutto questo dona la speranza. L’uomo non ha mai attraversato i secoli con tranquillità: invasioni, guerre, carestie, rivolte, crisi economiche e tanto altro sono state da sempre le sue compagne di viaggio. Ciò che ha dato la forza di lottare e di andare avanti è stata la Fede in qualcosa di “superiore” che desse speranza.

Nella stessa ottica di significato, spirituale, di forte fiducia e di forte Credo, compare probabilmente verso metà Settecento un altro fenomeno di devozione popolare, di cui la Cappella è custode, che marca in modo particolare il nostro territorio: le Croci della Passione. Tale fenomeno è stato analizzato con un estremo lavoro di catalogazione e studio da Luca Bertinotti nel suo libro: “Le Croci del Mistero. Origine, sviluppo e declino delle Croci della Passione”. Nelle pagine stampate l’autore traccia una linea culturale, dove le Croci vengono analizzate sotto il loro aspetto simbolico, fino ad arrivare a darne catalogazione e collocazione tramite coordinate cartesiane sul territorio, passando per un approfondito e nutrito apparato fotografico. Per necessità di spazio vi rimando alla piacevole lettura del libro, qui mi limito solo (purtroppo) a tracciarne leggermente il loro significato artistico/rituale. Le croci della Passione sono un fenomeno, si diceva, massicciamente presente sul nostro territorio, soprattutto nell’area che congiunge le città di Prato, Pistoia, Serravalle Pistoiese, Montecatini Terme e Lucca (area settentrionale della Toscana). Molto presente qui, ma diffuso anche se in maniera minore a livello planetario.

Croce della Passione Foto di Luca Bertinotti 43°54'22.4%22N 10°49'58.9%22E_Serravalle Pse Pieve S Stefano

Tali croci, quasi sempre senza la figura di Gesù crocifisso, rimangono fedeli alla simbologia originale della Passione del Salvatore in tutto e per tutto, grazie alla loro particolarità, quella di avere presenti, su entrambi gli assi che le compongono, le arma Christi (o strumenti della passione): croce, chiodi, corona di spine, lancia e l’iscrizione con il motivo della condanna, ovvero gli strumenti che furono usati per la crocifissione di Gesù. Ma la forza della raffigurazione va oltre e le più complete di queste croci sono dotate di tutti o quasi gli oggetti relativi all’evento della Passione di Cristo. In ogni caso la cronologia simbolica risultava chiarissima all’epoca di produzione delle croci (su questo punto così come per altri approfondimenti, rimandiamo al libro):

  • Prima del giorno della passione; la Colomba simbolo dello Spirito Santo, il Ramo di Palma, il Calice, la Caraffa, il Pane dell’ultima Cena, la Tunica.
  • Giardino dei Getsemani; i trenta Denari, la Lanterna, il Gallo, le Corde.
  • Il processo: figure umane come Giuda, la Mano guantata, la Spada di Pietro, l’Orecchio di Malco.
  • Flagellazione: la Spugna, il Vaso, la Corona di Spine, il Manto, la Canna, il Velo, il Pilastro, la Corda, la Frusta.
  • Crocefissione: il Teschio, la Vera Croce, le Croci dei Ladroni, i Dadi, il Cartiglio, i Chiodi, il Martello, il Cuore ferito, la Lancia, il Sole e a Luna, gli Angeli afflitti, la Scala, le Tenaglie, il Vaso di mirra, il Sudario.

Tutti questi simboli, realizzati in legno o ferro, concorrono a far capire quanta devozione, amore e passione verso il mistero di Dio ci sia stata. Questa tipologia di Croci, che oggi è arrivata fino a noi, non solo ci consegna un messaggio dal passato che necessariamente deve guardare anche al futuro, ma ci conferma ancora una volta il bisogno di aggrapparsi alla Fede per far fronte ai momenti “bui” e d’incertezza, insieme alla voglia di ringraziare chi ci protegge dall’Alto. Tutto ciò crea dentro all’essere umano una spinta verso quel’“Oltre”, verso quella dimensione spirituale la cui ‘visita’ restituisce all’uomo il bisogno di realizzare manufatti, che a tutti gli effetti sono arte, atta a celebrare o ad osannare ciò che egli riconosce come suo Dio.

Questa specifica tipologia di Croci, quelle della Passione, hanno sempre suscitato la mia curiosità e perciò a me oggi sono familiari, così come sono decisamente familiari alcune cose di cui accenna anche il libro di Luca Bertinotti. Mi è familiare il personaggio che girovaga per i campi con la bacchetta di legno in cerca d’acqua, il rabdomante. Mi è ancor più familiare l’anziana signora che “segna” il “fuoco di sant’Antonio” (manifestazione cutanea, molto dolorosa, dell’infezione da herpes zooster), che “lava” (o “leva”) la paura, che toglie il malocchio. Lo sono, perché ne esistono ancora, qui, vicino a casa mia. Tutto questo può sembrare superstizione, paganesimo, retaggio di una cultura contadina che si basava sull’”ignoranza”. Ho preferito porre fra virgolette quest’ultimo termine perché – non fraintendetemi – io non la penso assolutamente così. In realtà, alla base di tutti questi fenomeni sta sempre un moto di profonda devozione. Questo perché, quando si vanno a compiere certi riti o certe cerimonie, l’atto della preghiera è costantemente presente e la richiesta di aiuto a Dio è fondamentale e indispensabile. Anche a me hanno “lavato” varie volte la paura e quindi conosco bene ciò di cui parlo.

Anche durante questo rito si ha una sorta di ‘arte rituale’ che, di nuovo, attiene, in qualche modo, al tema della Passione di Cristo o a ciò che Egli ha patito, perché gli oggetti che vengono usati sono il Catino, il Pane, una particolare erba tagliata all’Alba del giorno di San Giuseppe, una Fede benedetta (e altro, che è segreto).

Poi ci sono io. Vivo in un territorio che ogni giorno ci racconta una storia, confuso in mezzo ad una popolazione che ha origine da secoli e secoli addietro e che ha vissuto di tutto: dalla leggenda delle fate a culti andati perduti, passando per assedi e via discorrendo.

Prove tangibili ci dicono che l’espressione artistica, sotto il profilo rituale è forte, che negli ultimi 500 anni non solo non si è fermata, ma è sempre stata in fermento. Io sono orgoglioso di aver avuto la possibilità di esporre i miei reliquiari, le mie bambole contro la solitudine e le mie figure di antenati in questa Cappella che è anche una sorta di ricettacolo per tutta questa storia e, conseguentemente, di forti energie. Ecco che cosa è quel ponte di cui parlavo all’inizio: un collegamento che parte dal passato, i secoli XIII – XIV, passando, poi, per il XVII e arrivando, infine, a noi, nel presente.

Sognerei di continuare questa storia e far parte del “futuro”, ma non ne sono certamente in grado. Fatto è che, però, sono innamorato del mio fiume, dei miei prati, dei miei animali, delle mie usanze, del mio lavoro d’Arte Tribale e di tutto ciò che il mio territorio manifesta in maniera così silenziosa ma in evidente stato di armonia.

dalla terra degli spiriti alla terra delle origini arte tribale a serravalle pistoiese filippo biagioli gio'o doll ancestor figure guardian reliquiary

Si ringrazia di cuore: Il Comune di Serravalle Pistoiese (PT) e la Parrocchia di Santo Stefano (organizzazione e  materiale d’archivio), Luca Bertinotti  (fotografie e documentazione Croci della Passione)  , Federica Belmonte e Alice Borchi (revisione dei testi), Veronica Fedi (fotografie e traduzioni).

 

Pistoia, 18 Luglio 2016

Testo di Filippo Biagioli
fotografie di Luca Bertinotti e di Veronica Fedi
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[english version]

From the Land of the spirit to the Land of Origins. Tribal Art in Serravalle Pistoiese

In May 2016, the town of Serravalle Pistoiese (Tuscany) organized exhibition that had been planned for a long time in collaboration with the local parish of Santo Stefano, that offered the location, in order to introduce my artistic expression to that territory where it directly takes origin. All of this made me proud.
In addition, the synergy that happened, by chance, between the exhibit and the heritage discovered inside the chapel where it takes place have built a link between “past and present” as much interesting as evocative.  In order to clarify this concept, we need to take a step backwards.
There are people like me, who think that even in Europe there is some sort of tribalism that was the foundation for society in ancient times and that, through the ages, still survives. For what concern the past, just to make some examples, we can discover signs of our roots in the Nuraghe civilization and in the rituals and celebration of Mamuthones and Issohadores; in the
Megalithic remains in Scotland, Portugal, Malta, Norway and Ireland, Greek cults; in the pagan celebrations in Austria and Romania; in the rituals of every nomad community and sedentary costal; Bulgarian ritual dances, and in many other places, with a variety of manifestations.
Today, European tribal art is retraceable in the so-called contemporary tribes, new community of people bound by many socio-economic reason, that share land, dialect, resource, custom etc.
Dice Arnaldi of Map (Museum of Primary Art, Vendone SV), goes beyond the canon of how tribal art is defined in the world, and defines everything more specifically, defining this as Primary Art.
Commonly the Primary Arts are the artistic expression of extra-European cultures, particularly African, Asian, Oceanian, which aim to conjure a state of consciousness instead of representing a specific reality; however, every creative manifestation that conjures an archetypical dimension, beyond the time and the space of its creation, and that is reminiscent of the essence of the human experience, can be defined Primary Art.. In this sense, the language of primary art has been used since the time of cave engravings to enquire the Mystery of Life (birth, death, joy, pain…) and to try to control it.”
No matter how you call it, this form of art exist, overcomes time and space and has survived until the present days; it is  also a proof of a territory that summarizes the archetype and all the characteristics belonging to this kind of art.
Therefore we can say that in Serravalle Pistoiese it has been created, somehow, a bridge between past and present.
The exhibition takes place in the upper side of the town where approximately in the XIII century, by the will of Bishop Soffredo Soffredi, the church of Santo Stefano was erected. The church still preserve many signs of its Romanic origin. On the inside one can find two  statues dedicated to St Stephen, and the Patron of Serravalle Pistoiese, St Louis  (since I have mentioned  symbols, archetypes and atavism I shall add a couple of  curious coincidences: the Patron was born on 9th February 1275, I was born on 9th of February 1975; the street where I live is named after the sculptor that made the large crucifix inside the church). On the right side of  the church is located the Chapel  of SS. Sacramento, where the exhibit takes place.
Besides having hosted my “ritual dolls”, the chapel, which  is the home of the Company del SS. Sacramento, also keeps a large and elaborated “Cross of Passion”.  This observation gives me a starting point to recall a characteristic of our society, which, a long time ago, was very connected to the territory and its traditions: the so-called “Confraternities” or “Companies”.In order to offer a deeper discussion of the topic and to talk about our area, I rely on the text“The ancient lay confraternities in Serravalle castle”. The “lay confraternity” was born as an aggregation of people focused on playing an essential role for the community: each these usually had a specific task, to which the brothers dedicated their energies.in order to carry it out in the best possible way. They were open both men and women. More specifically, the confraternity of SS. Sacramento (or Sagramento) was established in 1590, and today, although it has strongly reduced its missions, is still active. The Chapel still preserves several characteristic traits of this function, like the lateral bench placed along the inner perimeter of the wall, that serve both as a seat and a container for the brothers’ shoes, capes and everyday objects. Furthermore, thelate Baroque age altar, that dates back to the year 1792/1793, and a wooden confessional made around the XVIII – XIX century, are still here.

Four lanterns with “moveable heads” rom the second half of 1700, used for processions or other outdoors purposes, stand out for their presence.fFrom the same period, there is a funeral stretcher mounted on the wall,, with its black blanket decorated with skulls. This is because the company took care of all the “uffizi” for the dead of brothers and sisters, which ranged  from the transportation of the corpse to a Mass with a specifically chosen priest. At that time, religious and normal life were strictly connected, and collective mourning was strongly linked to the land.
Nevertheless, this must not  focus our attention only on the practical side of the building, because, as you can see from the photos that are included in the article, these strong bondsgave life to a powerful “artistic” expression, driven by “Passion” and love for the divine. The mystery of death is shown through the exposition of the very elaborated, both for colours and embroidery, black blanket that covers the funeral stretcher,.. It has very strong, impressive symbols connected to death, as if they were meant to seal a step that, sooner or later, has to be taken. At a closer look, the black blanket tells a story of sorrow. Nevertheless, if we better observe the skull, especially as it is surrounded by gold (in this case, there is the embroidery),we realize that it also recalls  rebirth and eternal life. Here it is, what onlyseems onlyagloomy funeral sheet, made for remarking the funeral nature of the stretcher it is covering, is, in fact, a much more refined artwork that bears a deeper meaning. With the same attitude, we can also analyze the elaborated lanterns adorned with leaves, flowers and other objects that look like shells: allelements thatremind of  life,femininity and care.
Even by examining only these two elements, it is noticeable how what said previously becomes true. Although today we tend to neglect the spiritual aspect in favor of the material one, we must not forget that men need to believe, they need  to have faith. Faith gets strength from its rituals, from its ceremonies, from the love for the divine. Humankind never went throughe ages with calmness: invasions, wars, riots, famines, economic crisis and many others were its travel companions. What gave us t the strength to fight and move on was the Faith in something “higher” that could give us hope.
It is from the same spiritual, strongly believing perspective, and with a strong creed, that  around the middle of 18th century another phenomenon of popular devotion appears; the Chapel is a keeper of this phenomenon, that particularly marks our territory: the “Passion Crosses”. This phenomenon was analyzed by an extremely accurate work of cataloguing and study by Luca Bertinotti in his book: “Le Croci del mistero. Origine, sviluppo e decline delle Croci della Passione”. In the book, the author traces a cultural line where first the Crosses are analyzed under their symbolic aspect, and then they are catalogued  and collocated on Cartesian coordinates on the territory including a very detailed and rich photographic section. For lack of space, I suggest you to read his excellent book; here, sadly,  I will only briefly mention their artistic/ritual meaning. The Passion Crosses were a phenomenon very present in our territory, especially in the area between the cities of Prato, Pistoia, Serravalle Pistoiese, Montecatini Terme and Lucca (northern Tuscany).It is very present here, but it is common, in a minor way, all over the world.. These crosses are almost always without the figure of Jesus Christ. They stayloyal to the original symbolism of the Passion of the Christ thanks to their peculiarity: on each plank, they have the arma Christi: cross, nails, crown of thorns, spear and the inscription with the reason of the sentence, which are  the instruments that were used for the crucifixion of Jesus. But the strength of the representation goes even beyond this, and the most complete of these crosses are equipped with all the objects related to the passion of Christ. In any case, the symbolic chronology appeared very clear at the age of the productions of the crosses (for further more information, please referto the book):

The day before the Passion: the dove, symbol of the Holy Spirit, the palm branch, the goblet, the carafe, the Bread of the Last Supper, the tunic.
Garden Getsemani: the thirty Dinar, the Lantern, the Cock, the Rope.
The Trial:  Figure like Judas, the Gloved Hand, the Sward of St. Peter, the Ear of Malco.
The Flagellation: the Sponge, the Pot, the Thorn Crown, the Reed, the Mantle, the Veil, the Pillar, the Whip.
The Crucifixion: the Skull, the Real Cross, the Cross of the Thief, the Dice, the Title Block, the Nail, the Hammer, the Lance, the Sun and the Moon, the wounded heart,  the Pincers, the Afflicted Angels, the Stair, the Myrrh Pot, the Shroud.

All these symbols, made ofwoods oriron, makes us understand how much devotion, love and passion for mystery of God there was in the past. This type of crosses, that has survived until the present days, not only does bring us a message from the past that must necessarily look at the future, but also confirms once again our need to grasp onto Faith to face “dark” and uncertain moments, joint with  the desire to thank who protects us from above. This  creates inside humans a sense of longing for that “beyond”, for that spiritual dimension whose“visit” gives back to men the need to make artifacts, that, by all means, are art, apt for celebrating or praising him who they  recognize like their God.
This specific typology of crosses, those of Passion, have always provoked my curiosity, so that they are very familiar for me today; similarly, some things mentioned by Luca Bertinotti’s book are familiar to me too. The person that roams  the fields with a wooden stick to find water, the dowser, is familiar to me. The old lady who “blesses”  herpes zoster, who  “washses fear away” or “removes” fear and evil eye is even more familiar to me. They are familiar because there are so many, here, near my home. This might seem superstition, paganism, the legacy of a peasant culture that was based on “ignorance”. I prefer to put this term on inverted commas because –do not get me wrong- – I do not think absolutely like this. Actually, at the base of of all these phenomena lies an act of deep devotion. This happens because, when we go to carry out certain rites or certain ceremonies, the act of praying is constantly present and the request of help from God is fundamental and indispensable. I too have got my fear “washed away”  several times, and so I know well what I am talking about.
Even during this rite we can see a sort of “ritual art” that, again, conforms to the theme of the Passion of Christ or to his sufferance: in fact, the objects used during this ritual are the Basin, the Bread,a particular grass, cut at the dawn of St. Joseph’s day, and a  blessed wedding ring (and other, which is a secret)Then, here I am. I live in a territory that every day tell us a story, lost in the middle of a population  that has a very ancient history and that has lived everything: from fairy legends to cults that have been lost, through sieges and so on.
Tangible proofs tell us that the artistic expression of ritual profile is strong, that over the last 500 years it has never stopped, but it has always been in continuous development. I’m proud to have the possibility to display my reliquary, anti-loneliness dolls and my images of ancestors in this Chapel, which is also a sort of receptacle for all this story and, consequently, of strong energies. This is the bridge I was talking about at the beginning: a link that starts in the past, in the 13th-14th century, then, in the 17th, and arrives in the present days.
I would dream to continue this story andto be part of its“future”, but I’m not obviously able to do so.. It is a fact that I am  in love with my river, my field, my animals, my customs, with my work of Tribal Art and everything that my territory quietly, but harmoniously shows.

I thank with all my heart: The Town of Serravalle Pistoiese (PT), the Parish of St. Stephen (organization and material catalogue), Luca Bertinotti (Photography and documentary of Cross of Passion), Federica Belmonte and Alice Borchi (revision of the text) and Veronica Fedi (Photography and translation).

[Published also in Détours des Mondes]