La cura del sonno

Ricordi (molto personali) su un luogo di cura per la mente

Indagando sul modo usato da Licio Gelli, nell’affrontare il passaggio della guerra dalla nostra città, sia come ufficiale di collegamento fra la Kommandantur e le autorità della Repubblica Sociale Italiana, sia come amico e confidente dei partigiani Silvano e Gino Fedi, Italo Carobbi, Artese Benesperi e Giuseppe Corsini, ho individuato la sede provvisoria del Carcere di Pistoia, trasferito a Villa Mattani da Santa Caterina in Brana, in conseguenza del bombardamento della città avvenuto nell’ottobre 1943 [cfr. “Licio Gelli: I giorni della Linea Gotica”, NdR]. Conoscevo il complesso delle Ville Sbertoli, un Cartolina_Librando_1tempo presidio di cura e di soggiorno per i cosiddetti malati di nervi. Consideravo che un carcere, il quale nel periodo terminale della guerra conteneva soprattutto prigionieri politici ed ebrei, doveva essere allocato in un edificio con caratteristiche adeguate. Ho visitato ad una, ad una, le ville del comprensorio racchiuso fra alti muri. Giunto quasi sopra la cima del colle, mi sono imbattuto in Villa Mattani, un fabbricato a due piani a forma di parallelepipedo, collocato a fianco del muro di cinta, il quale ha le porte e le finestre sbarrate da grate di ferro di notevole spessore. Spingendo lo sguardo attraverso le imposte rotte o divelte, ho intravisto celle e corridoi sbarrati da grate e cancelli, in tutto simili a quelli dei bracci delle carceri. Che questo edificio fosse stato la sede provvisoria del Carcere di Pistoia, ne ho avuto conferma dalla lapide infissa al Targacentro della facciata. Ho raccolto in proposito anche la testimonianza di Alfiero Bovani, allora infermiere presso Villa Rossi. Egli ha un chiaro ricordo della presenza dei detenuti presso Villa Mattani, che è prospiciente a quella dove prestava la sua opera. Ricorda anche il divieto di avvicinarsi al carcere, il cui perimetro esterno era delimitato dal filo spinato e percorso da ronde armate. Egli inoltre c’informa che nel periodo precedente al passaggio della guerra, oltre che in quello immediatamente successivo, villa Mattani era adoperata per il contenimento dei malati violenti e pericolosi.

Se torno con la mente ai tempi della mia giovinezza e lascio affiorare i ricordi delle Ville Sbertoli, m’appare l’immagine di un musicista pistoiese allievo di don Vieri, Piano a Villa Tanzimaestro della Cappella Pontificia, il quale suona il piano nel salone di Villa Serena. Sopra il pavimento di scacchi di marmo neri e bianchi, il Conte di Frassineto balla con mia sorella Vanna, piroettando in mezzo ad alcune altre coppie danzanti formate da ospiti delle Ville. Ammalati e infermieri, stanno seduti sulle sedie, disposte in circolo d’intorno ai ballerini. Alcuni di loro battono il tempo con i piedi, altri muovono la testa al ritmo della musica. Io, la Maria e la mamma, osserviamo la Vanna ballare. Sussurrano e risplendono le onde del Bel Danubio blu. I muri della sala scompaiono, appaiono i boschi e i prati, i campi coltivati, le vigne ben curate, le case coloniche sparse per il colle.

Le immagini del grande fiume si allontanano, affiora alla mente il senso di smarrimento e di dolore, collegato con la corsa ansimante compiuta insieme alla sorella Maria, lungo il percorso dalla casa sotto la stazione di Valdibrana a Villa Zalla. Dopo essere stata tolta per decisione della famiglia e con il parere contrario del Professor Mattioli Foggia, dai tormenti e dalle sevizie dell’elettroshock, praticatogli per tre mesi di seguito a Villa Ridente di Firenze, la dolce sorella era stata ricoverata a Villa Zalla. In una tarda mattinata di giugno del ’57, arriva presso l’ufficio del capostazione di Valdibrana, una chiamata telefonica rivolta al babbo Poldino. Siccome egli è ancora al mercato a Pistoia insieme alla mamma, l’amico di famiglia Valdo Battiloni, addetto al movimento degli scambi in stazione, chiede alla Maria di raggiungerlo sopra i terrapieno della linea ferroviaria. La Maria ridiscende piangendo per lo stradello, gridando che ci saremmo dovuti recare alle Ville, poiché la Vanna stava male. Riponiamo dentro il forno il pranzo già pronto. Ci avviamo, disperando di poter dare l’ultimo saluto alla nostra sorella, desiderosi comunque di abbracciarla al più presto. Percorriamo di corsa il tratto di redola interpoderale, entriamo nella via di Valdibrana dal ponte del Pellegrini, giunti al Ponticino, imbocchiamo la strada che prima discende e poi sale lungo il bordo dei campi, conducendo direttamente alle Ville. La Maria Cura del sonnoansima per la fatica e piange in silenzio. “Quanto sta male”? Le domando. Mi risponde: ”E’ morta durante la cura del sonno”. Ci fermiamo più volte per riprendere fiato. Dopo un tratto di salita assai ripida, entriamo finalmente nell’aia dei Bovani, dove Anchise e la Rosita ci stanno aspettando. Il professor Mattioli Foggia li ha informati del nostro arrivo. Domandiamo notizie della sorella. La Rosita ci dice che sta male. Penso che forse non vogliono informarci che è morta, per motivi di prassi dell’ospedale, e per una forma di pietà, nei confronti dei due giovani amici arrivati di corsa per incontrare la loro congiunta. Si scambiano uno sguardo d’intesa, dal quale comprendo che c’è qualcosa di sospeso, di non detto, che mi comunica un senso di speranza. Rosita mi prende per mano, entriamo da una porta laterale di cui ha le chiavi, nel recinto murato che circonda le Ville. Attraversato un boschetto, entriamo nel giardino di Villa Zalla. Rosita suona il campanello del portone. Viene ad aprire un infermiere. “La Vanna”? domando, quasi grido. “Vanna chi”? “Vanna Tognozzi”. “Aspettate che chiedo, sono entrato adesso in servizio”. Chiude la porta. Restiamo in attesa, pensiamo di doverci recare all’obitorio dell’ospedale psichiatrico. Arriva poco dopo un altro infermiere, il quale sorride, c’invita ad entrare e dice: “è là che vi aspetta”, indicando la sala a lato dell’ingresso. Entriamo, vi sono ammalati che camminano avanti e indietro parlando ad alta voce con sé stessi, infermieri che li osservano e controllano, un ammalato urla, davanti alla finestra chiusa dalle sbarre, uno corre, un altro sta seduto a cavalcioni su di una sedia, e spinge ritmicamente il volto in avanti con gli occhi che scrutano il vuoto. La Vanna sta camminando in mezzo alla sala. Ci vede, si dirige verso di noi sorridendo, comunicando e trattenendo le proprie emozioni, accarezzandosi le mani con il ruotarle l’una intorno all’altra. Penso che sia una visione, m’avvicino quasi con timore, mi fermo in mezzo ala sala. Mi guarda, mi raggiunge, m’abbraccia per prima, arriva la Maria che si getta sopra di noi. Un pianto che non può essere trattenuto, unisce e scuote le nostre membra, attenuandosi poi lentamente e sfociando in una gioia timida e tenace.

La Vanna intanto aveva cominciato a parlare fittamente con Maria, narrandole sogni, fobie, allucinazioni, vissuti durante la caduta e la risalita. Ad un certo punto prese ad agitarsi con urli e pianti per mezzo dei quali si stava liberando dalla paura. Presi ad osservarla perplesso. Forse per alleviare la mia sofferenza, un medico di servizio mi chiese se avrei avuto piacere di accompagnarlo a prelevare dei flaconi di farmaci. Lab NeuroBiologicoUscimmo da villa Zalla, costeggiammo la lavanderia, percorremmo un viale dalle siepi di bosso ben curate, attraversammo un giardinetto con aiuole di gladioli e narcisi. Giunti davanti al piccolo edificio con porte e finestre sbarrate da grate di ferro, che si eleva parallelamente al muro di recinzione dalla parte del nord, la mia guida trasse di tasca un mazzo di chiavi, aprì il cancello e il portone d’ingresso, m’introdusse in un piccolo atrio facendomi cenno di attendere. Aprì un altro cancello, entrò in una sala dentro la quale intravidi banchi e scaffali ricoperti di flaconi di medicine e di presidi sanitari. Dal lato opposto dell’ingresso, c’era una stanza sbarrata da un cancello, spingendo lo sguardo oltre il quale mi parve di scorgere dei teschi e degli scheletri, oltre a dei vecchi strumenti chirurgici quali trapani, bisturi, bacinelle, letti convessi di acciaio, microscopi e lenti d’ingrandimento. Il medico che intanto era tornato indietro con due scatoloni di farmaci, vedendomi attratto dal contenuto della stanza, ha tolto una chiave, ha aperto il cancello e m’ha invitato ad entrare. Si è fermato davanti al banco dov’erano allineati in bell’ordine una ventina di crani e mi ha detto: “tu stai osservando dei reperti speciali. Sono crani di persone morte qui dentro. I fori che vedi, tutti praticati all’inizio del lobo frontale, sono la memoria di un procedimento terapeutico, praticato al tempo nel quale le ville Sbertoli erano una casa di cura privata di alto livello. Con la lobectomia, s’intendeva liberare le persone dall’aggressività, attraverso la rimozione di una piccola porzione di materia cerebrale dalle aree interessate. Una pratica diffusa soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Italia, e che ha avuto un incremento dopo l’ultima guerra mondiale, al termine della quale i neurochirurghi e gli psichiatri, hanno potuto osservare i comportamenti di migliaia di feriti di guerra cerebrolesi. Osservazioni attraverso delle quali, si sono individuate nell’area prefrontale le zone del cervello collegate con le emozioni, e di conseguenza con i comportamenti aggressivi. Dopo la scoperta dei neurolettici, questo procedimento è stato sostituito dalla cura del sonno. Un rimedio chimico, ne ha sostituito uno chirurgico. Prevediamo delle conseguenze negative anche per l’uso di queste sostanze. Contrariamente alla lobectomia, siamo certi che tali conseguenze siano in tutto o in parte reversibili, a seconda dell’uso che ne faremo”.

“Cosa è successo alla Vanna”? “Dopo aver tentato con l’invio a Villa Ridente e alla pratica dell’elettroshock, di trovare un modo per lenire e allontanare le sofferenze e le allucinazioni della sua paziente, il Professor Mattioli Foggia ha iniziato a prescriverle una miscela di neurolettici già in uso negli USA, definendola come <cura del sonno> ”.

Ho conosciuto in seguito il giovane psichiatra che mi aveva guidato in questa esplorazione, come un medico di valore amico dei malati. Ne ricordo solo il cognome: Librando.

Quel pomeriggio, vedendomi attento e interessato, egli mi domandò: “che studi fai”? “Il quarto anno dell’Istituto Magistrale”. “Hai mai sentito nominare la lobectomia”? “Durante una visita alla Scuola-Città Pestalozzi, il professor Ernesto Codignola ci ha raccontato di un’operazione effettuata in un manicomio Usa, durante la quale era stata tolta una piccola parte del lobo frontale ad un ragazzo schizofrenico di 12 anni. La notizia era inserita nell’ambito di un dibattito sul rapporto fra l’educazione, le predisposizioni naturali e l’ambiente, nel processo di formazione dell’individuo. Il professore ci ha detto che dopo l’intervento, il ragazzo non manifestava più stati di delirio o scoppi di aggressività, ma aveva perduto sia la possibilità di compiere atti volitivi, sia quella di avere emozioni. Partendo da questo esempio, Codignola e la psichiatra Graziella Magherini, si dichiaravano contrari alla pratica della lobectomia, e di tutti quei procedimenti che tendono a modificare la struttura fisica e mentale delle persone”.

Uscendo dalla sala dei teschi forati, mentre il medico accompagnatore richiudeva con cura porte e cancelli, pensai che nella vita avrei aiutato quanto più è possibile le persone, ad essere e diventare libere.

Al rientro a Villa Zalla, la Vanna m’accolse con quel sorriso pieno di gioia, con il quale ha salutato la mia presenza durante gli anni della sua vita. Attraverso la profonda intuizione degli stati d’animo altrui, di cui dispongono le persone sofferenti, aveva compreso il mio amore per lei, e valutato il mio impegno per il prossimo, manifestato nel lavoro e nelle attività sociali, come un’estensione di questo stesso sentimento.

Pistoia, 13 Marzo 2013

Testo di Orazio Tognozzi,
Fotografie di Luca Bertinotti
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Orazio Tognozzi è insegnante, formatore, psicopedagogista e mediatore familiare e sociale, ha lavorato sia nel settore pubblico che in quello privato. Impegnato fino agli anni Novanta nel campo del politico sociale, ha presieduto associazioni, società sportive, centri di cultura e consorzi di formazione professionale. Si è dedicato successivamente, all’opera di aiuto alla persona. Andato in pensione nel 1999, ha ampliato i propri interessi, pubblicando saggi, racconti, e libri di poesie. Alcuni titoli:”Voci nel bosco”, “Il terreno del silenzio”,  “Fuochi d’allegria”, poesie, ed Montedit; “Raggi Fruscianti”, Cantagalli, racconto; “Formazione e opere di Licio Gelli” Giuseppe Laterza; “L’Agricola”, Sandron; “Licio Gelli: gli anni della Linea Gotica”, “L’acqua che sbalza” Acar; saggi. Attualmente è presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Tutte le Età Attive (ANTEAS).
Per la ‘9cento Orazio Tognozzi ha scritto anche La leva militare obbligatoria.

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