Severino Ferrari. Un letterato in manicomio

SEVERINO FERRARI. L’OMBRA DIETRO IL SOLE

Recita così l’epigrafe sulla tomba di Severino Ferrari, il cui cippo commemorativo, prossimo alla tomba del Carducci, contiene una scultura che lo ritrae con lo sguardo rivolto verso il suo maestro e amico:

A SEVERINO FERRARI / POETA DI GENTILE ARTE / E UMANISSIMO CUORE /
VIVIDO INGEGNO E PIENO DELLE NOSTRE LETTERE /
LE QUALI GIOVO’ SCRITTORE E MAESTRO /GLI ULTIMI ANNI A BOLOGNA /
A LATO DEL CARDUCCI CHE LO DILESSE / LA FAMIGLIA LI AMICI I DISCEPOLI / MCMVII

Non una statua ma un’urna nell’ombra, per sempre…

Ferrari con Carducci

La lezione di Severino Ferrari
Il nome di Severino Ferrari è legato a quello di Giosuè Carducci principalmente, per il forte legame culturale e affettivo che si instaurò fra di loro, ma anche a quello di Giovanni Pascoli che conobbe per alcune ripetizioni di latino e a cui è stato paragonato per la sua cifra lirica.
Questi legami furono indubbiamente importanti per Ferrari ma lo posero (e ciò avviene tutt’ora) in una posizione di marginalità nella storia letteraria italiana, una volta consolidatasi la tesi che lo voleva a tutti i costi vedere come trait d’union fra la lezione del Carducci, conclusiva dell’età della rivolta e l’inquieta sperimentazione formale di Pascoli.
La sua figura patisce il confronto con quella dei grandi maestri, risultando sminuita e marginale anche per l’estrema umiltà e modestia dello stesso Ferrari che si riteneva inferiore al Carducci a cui si rivolgeva spesso con la frase “Che peccato non esser poeta come Lei”.
In realtà egli era dotato di una sua originalità e creatività degne di nota, qualità che sono oggi oggetto di un accurato studio critico.
Egli fu poeta, filologo, critico letterario, saggista, curatore editoriale e insegnante, nell’arco della sua breve ma intensa vita pubblicò quattro libri di poesie, fu l’animatore della Biblioteca di letteratura popolare italiana, coadiuvò nell’insegnamento universitario e negli studi il Carducci divenendo anche coautore con lui di un’edizione critica e commentata del Canzoniere del Petrarca, fondò la rivista I nuovi goliardi con Giovanni Marradi, Luigi Gentile e altri importanti nomi.
Ferrari dedicò tutta la sua vita sia allo studio dei testi classici che a quello di alcuni personaggi della letteratura italiana, mosso dall’entusiasmo che in lui trasfuse il Carducci per la civiltà latina e i suoi valori fondanti. Ebbe un’ammirazione incondizionata verso la tradizione lirica italiana, dedicandosi al culto della poesia esercitato nel rispetto e nello studio particolareggiato e paziente delle opere e delle tecniche dei grandi. Fu filologo più del maestro, indefesso quanto scrupoloso ricercatore e studioso di codici ed edizioni antiche, compiendo rilevanti indagini di critica testuale per i lavori scientifici e le edizioni scolastiche.
In questo campo fu discepolo anche di noti esponenti della scena critico-letteraria dell’epoca come Adolfo Bartoli, Alessandro D’Ancona e Pio Rajna.
Nella sua poesia, d’intonazione familiare e di tono dimesso, prevalgono tematiche come i buoni sentimenti delle piccole cose quotidiane, gli affetti minimi, la semplicità. La metrica, le rime e le figure letterarie sono il suo linguaggio.
Egli si esprime con gli altri e con se stesso in poesia (ne era letteralmente innamorato), possiede capacità di rimare seguendo la traccia dei classici soprattutto tre – quattrocenteschi, predilige l’endecasillabo sempre elegante, sonoro e accurato, li ama e studia così a fondo che, quasi ‘per osmosi’, questo effetto invade la sua poesia e la permea, ma non è scevro da fragilità e imperfezioni (egli ne è fin troppo consapevole), grazie anche al commento del Carducci, che lo elogia non senza esimersi dal criticarlo, ed anche del Pascoli che su di lui usa la sua “lima d’oro”.

Severino Ferrari

Se risulta “piccolo” poeta è invece grande filologo, accurato, competente ed erudito, senza eccessi ma con buon gusto e misura. Queste sue qualità emergono nel suo commento del Canzoniere del Petrarca con un esito originale e di cospicuo rilievo tanto da legare per sempre nella storia degli studi il suo nome a quello del poeta aretino, poi negli studi foscoliani relativi ai Sepolcri e alle Grazie, evidenziandosi anche qui con commenti innovativi e illuminati e poi lo studio della Gerusalemme liberata del Tasso con commento esegetico di notevole rilevanza storica e documentaria, tanto per citare solo alcune delle opere a cui si dedicò il Ferrari.
Studiò anche il III canto del Purgatorio e del Paradiso di Dante con notevoli cognizioni esegetiche che purtroppo non poté esprimere al meglio data la sua precoce morte. Il Ferrari nutriva per Dante un vero amore che lo portò ad avere una acuta capacità di penetrazione della poesia dantesca, intessendo con il Carducci discussioni a riguardo e pubblicando anche un testo, risultato di una conferenza tenuta da lui a Firenze nel 1901.
Come commentatore delle opere “mostrò fedeltà alla tradizione umanistica e settecentesca e senso della continuità culturale classico-italiana, sottomissione alla filologia e all’erudizione a un obbiettivo dell’interpretazione globale di un opera e del suo autore, un idea di irrinunciabile valenza civile e morale della letteratura e attribuendo il ruolo essenziale al momento pedagogico”.
L’attività critica ed editoriale del Ferrari è notevole e costante pur variando a causa delle vicissitudini della sua vita. S’interesso a vari scrittori fra cui Giovan Battista Strozzi, Giuseppe Parini, Antonio Cappelli e Antonio Cammelli (detto il Pistoia) e condusse assidue ricerche sulla poesia popolare, arrivando a pubblicare anche un testo in concomitanza con una costante attività didattica. Curò infatti le antologie scolastiche per vari editori, pubblicando ben 16 edizioni.
Ferrari alternò l’attività critica a quella didattica e a quella poetica prestando molta attenzione ai fatti metrici e all’aspetto sia tecnico che storico. Coltivò una prosa critica e vi è un indubbio legame a doppio binario fra questa attività e quella poetica, l’una prestando all’altra materiali e suggestioni. Fu poeta “militante” che trasse da questa sua speciale sensibilità la capacità di leggere e interpretare i testi del passato e della tradizione.
Benedetto Croce (noto filosofo storico e critico letterario) scrisse che nella poesia del Ferrari c’era il fare imitativo del Carducci e lo ritenne dotato di una tenue, intermittente “originalità”, cornice e non colore. Secondo Croce, cioè, il “buon” Ferrari aveva poca provvista di colori per dipingere i suoi bozzettini, ma molto legno antico per scolpire le cornici, “ma questo rarefarsi di colore nell’intaglio prezioso della forma forse è indice di qualcosa di più a cui non è estraneo nemmeno il Croce: il frantumarsi inquieto della tradizione, la crisi del dialogo insieme vincolante e vitale con le forme esemplari del passato”.
Oggetto di studi ancor oggi è la questione riguardante la possibile reciproca influenza fra Ferrari e Carducci, ipotesi i cui esiti andrebbero senz’altro a svantaggio di Ferrari, ma è palese che fra i due esistesse una reciproca differenziazione nella quale si riconosce una spesso inconsapevole richiesta di autonomia del Ferrari all’interno del dominio carducciano. Ferrari è l’ombra dietro al sole Carducci, ma forse la sua vicinanza al grande poeta ha una valenza fondamentale per il maestro, senz’altro più importante di quella attribuitagli sino ad ora e coglierne il significato può rendere giustizia ad un uomo troppo a lungo rimasto nell’ombra e ingiustamente sminuito.
È stato scritto da Enzo Raimondi “Se è vero che per Severino la poesia è anche cultura, è senso della tradizione, è forma che non nasce dal nulla, ma sostiene una continuità di istituti linguistici, per nuova che poi possa parere, allora il metodo che egli ci propone è tutt’altro che un episodio concluso(…) e sta a noi (…) trarre profitto dalla sua lezione, in modo da scoprirci un’altra coscienza storiografica, le premesse per un nuovo lavoro”.
Cogliere la sua lezione partendo proprio dalle nostre colline dove egli è morto, può essere l’inizio di un racconto fantastico, quel romanzo che Severino voleva scrivere quando era ricoverato a Collegigliato ma che non potette scrivere mai.

Immagini
Immagine 1. Ferrari con Carducci. Da http://www.liceotorricelli.it
Immagine 2. Severino Ferrari. Da http://it.wikipedia.org

Bibliografia
Severino Ferrari e il sogno della poesia, a cura di Simonetta Santucci, Istituto dei beni artistici e naturali della Regione Emilia-Romagna, Soprintendenza per i beni librari e documentati, Pàtron Editore 2003.
Il crepuscolo del folle. Severino Ferrari a Collegigliato, in Rassegna della letteratura Italiana, s. VIII maggio-dicembre 1997, n. 2-3 pp.140-155, G. Capecchi.
Bordatini, versi, Severino Ferrari, Forni 1967.
Tutte le poesie, Severino Ferrari, Cappelli 1966.
Versi raccolti e ordinati, Severino Ferrari, Sozogno, 1928.
Biblioteca della letteratura popolare italiana, Severino Ferrari, Forni 1967.

Sitografia
http://www.liceotorricelli.it/ce_Ferra.html
http://www.treccani.it/enciclopedia/severino-ferrari/
http://it.wikipedia.org/wiki/Severino_Ferrari
http://archive.org/details/bordatiniversi00ferrgoog

Pistoia, 25 Marzo 2013

Testo di Caterina Brancatisano
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1 risposta a “Severino Ferrari. Un letterato in manicomio”

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