Pistoia nel Risorgimento

Pistoia nell’età del Risorgimento (1815-1849)

Per comprendere il Risorgimento a Pistoia, è necessario risalire oltre il 1815, per lo meno al 1796, anno in cui le truppe napoleoniche guidate dal Generale, giunsero a Pistoia, scotendo gli abitanti dalle loro pacifiche abitudini di vita. Dopo varie vicissitudini, che portarono in città truppe austriache e moscoviti a cavallo, nel 1800 Pistoia, con tutta la Toscana, divenne parte integrante dell’Impero Francese.I Pistoiesi avversarono i Francesi un po’ per spirito municipalistico, ma soprattutto per ragioni pratiche: Napoleone introdusse, infatti, la coscrizione obbligatoria e per il mantenimento dell’esercito francese furono introdotte nuove tasse.

Nel febbraio 1814, quando l’astro napoleonico stava ormai declinando, si ebbe una sollevazione antifrancese al grido “abbasso napoleone e viva il Granduca”, ritenuto sovrano legittimo della città. Nel maggio dello stesso anno Ferdinando II riprese possesso del Granducato, dimostrando subito di voler tornare indietro di venti anni, come se la ventata napoleonica non avesse lasciato tracce nella coscienza dei suoi sudditi.

Subito dopo la città e il contado furono colpiti da una grave carestia, in seguito alla quale raddoppiarono i prezzi delle derrate alimentari e scoppiò un’epidemia di tifo. La situazione si normalizzò solo con il 1818, data in cui la popolazione riprese il consueto ritmo di vita: molti si erano adattati alla mite “restaurazione” granducale, in particolare i contadini, l’aristocrazia e il clero; non mancava tuttavia una minoranza di dissidenti, costituita da vecchi seguaci di Napoleone e da giovani intellettuali che, attraverso gli studi di storia e di letteratura patria, si erano aperti alle idee liberali e costituzionali.Tali idee furono professate e divulgate attraverso le Società segrete, (un documento della polizia del 1820 attesta l’esistenza di una vendita carbonara istituita dal poeta Bartolomeo Sestini) di cui facevano parte ex massoni e giovani studenti. Erano questi gli anni del moto napoletano del 1820 e del moto piemontese del 1821 e grandi speranze si diffusero nella gioventù colta; il prete Contrucci, Niccolò Puccini, Pietro Petrini, Domenico Mazzoni, Antonio Sanesi, appartenenti al “Partito” dei Costituzionali, tennero frenetiche riunioni cospiratrici, ma trovarono scarsa rispondenza nella società pistoiese, che li segnava a dito come giacobini e nemici della religione. Perciò questi liberali pistoiesi non si mossero e si limitarono a promuovere una “Società degli onori parentali ai Grandi Italiani” attraverso la quale intendeva esaltare quegli italiani del passato che avevano reso illustre la Patria nei vari campi del sapere e dell’azione (Tasso, Dante, Colombo, Michelangelo, Raffaello, Galileo, Alfieri e Machiavellli). In quest’associazione essi espressero il bisogno di collegarsi alla tradizione nazionale, non potendo affrontare lo studio dei mali politici presenti, ed impostarono l’epoca risorgimentale anche come problema d’educazione politica delle giovani generazioni pistoiesi. Tali celebrazioni divennero sospette al governo granducale che le fece sospendere nel 1831. Questa preparazione spirituale trovò uno sbocco concreto nel 1830 quando Mazzini venne in Toscana; egli entrò sicuramente in contatto con alcuni pistoiesi (Franchini, Corsini) e si sa che già nel 1832, l’anno successivo alla fondazione della Giovane Italia, molti giovani (soprattutto studenti del Liceo Forteguerri, studenti o laureati dell’Università di Pisa) erano suoi affiliati.

I giovani liberali s’incontravano al Caffè della Stella”, al “Caffè della Porta vecchia” e si facevano notare per il loro abbigliamento patriottico (segni tricolori nella cravatta, nel berretto, nella catena dell’orologio, nastri, fazzoletti e gilet tricolori) e stravagante Baldastricca Tolomei sfoggiò perfino una barba tricolore. Nell’estate del 1833, in seguito al boicottaggio di una festa organizzata all’Accademia degli Armonici in onore di Leopoldo II e della moglie, (andarono a ballare con il popolo nel prato di San Francesco), la polizia fece una retata nella quale furono arrestati giovani mazziniani di ogni classe sociale. Al termine del processo furono giudicati colpevoli d’incitare il popolo alla rivolta mediante la diffusione di scritti rivoluzionari. All’Archivio di Stato di Pistoia sono conservati i nomi di tutti gli arrestati ed anche la loro residenza, l’età e la professione. Dalla residenza è possibile riscontrare che la Giovane Italia aveva trovato affiliati anche nelle campagne pistoiesi, a differenza di quanto era avvenuto nel resto dell’Italia. Ciononostante è opportuno precisare che in genere il Risorgimento a Pistoia non riguardò tanto il popolo minuto e la nobiltà quanto una nuova classe sociale, la borghesia intellettuale, che si era formata al Liceo Forteguerri e al Seminario vescovile, due istituti in concorrenza fra loro e di altissimo livello culturale. Gli elementi più attivi e consapevoli della nobiltà, come Niccolò Puccini si avvicinarono alla borghesia, di cui ammiravano i valori morali e intellettuali, mentre il popolo fu escluso dai primi moti risorgimentali e dalla Carboneria, il ceto rurale poi fu addirittura nemico. Mazzini fu il primo a capire che il Risorgimento doveva coinvolgere il popolo e svolse la propria opera di proselitismo fra gli artigiani della città, ma anche fra i contadini della campagna riscuotendo nel pistoiese una certa fortuna.Nonostante i rischi che correvano, i mazziniani pistoiesi cospirarono in collegamento con i patrioti bolognesi e modenesi, (i figli di Ciro Menotti nel 1831 furono ospitati a Pistoia a casa dell’avvocato Giuseppe Gargini) e con alcune “bande armate” costituitesi nelle zone montane del confine tosco-emiliano, Sambuca, Porretta ecc.Dal 1838 al 1849 si sviluppò nei patrioti pistoiesi un forte interesse per il popolo e in città furono istituiti asili, scuole agrarie e professionali, per iniziativa di privati come Niccolò Puccini, ma non fu fatto abbastanza da avvicinare la campagna alla città.Dopo gli arresti del 1833 il Contrucci, il Bindi e il Tigri come molti altri sarebbero passati dalla simpatia per il programma mazziniano al giobertismo, spinti a ciò da un maggior realismo nell’affrontare i problemi nazionali. I neo-guelfi partivano da una visione indubbiamente realistica della politica: il principale fattore che univa gli Italiani era la tradizione cattolica; l’impegno civile dei giobertiani pistoiesi si rivolse soprattutto verso il popolo per educarlo partendo dalla premessa “che i popoli sono tanto più difficile a maneggiarsi quanto più sono ignoranti” (Cuoco). Essi s’indirizzarono inoltre verso gli studi storici e letterari per comprendere meglio, attraverso la conoscenza del passato il proprio presente; ma molti furono anche coinvolti in prima persona nei fatti del ’48. Un anticipo dei grandi eventi si ebbe proprio nelle vicinanze di Pistoia, a Pescia e a Monsummano agli inizi del 1847 con manifestazioni contro il caro vita e assalti ai negozi di granaglie in seguito alla carestia. Più tardi il granduca concesse una certa libertà di stampa, la Guardia Civica, la Consulta di Stato ed infine nel febbraio 1848 la Costituzione: il programma neo-guelfo sembrava prossimo a realizzarsi e già si cominciava a parlare di una confederazione fra Toscana, Piemonte e Stato Pontificio, quando la rivoluzione europea accelerò il movimento italiano.

La rivoluzione di Parigi, quella di Vienna, i moti di Milano ebbero un’eco immediata a Pistoia dove risvegliarono le sopite velleità dei mazziniani. Il 2 luglio 1848 il Gioberti giunse a Pistoia per orientare gli animi a favore della dinastia piemontese e invitò i partiti a concentrarsi sul problema dell’indipendenza, rimandando a dopo la discussione sull’assetto costituzionale. Il Contrucci divenne presidente di un “Circolo politico pistoiese” fondato nell’agosto e ciò è indice di un’egemonia dei neoguelfi rispetto al movimento patriottico, ma il programma moderato del Gioberti fallì con la rottura dell’alleanza fra i Principi italiani ed a Pistoia cominciarono a circolare scritti a favore della repubblica. I mazziniani ripresero il sopravvento nel “Circolo politico pistoiese” che prese il nome di “Società dei patrioti democratici”, mentre i giobertiani fondarono il “Circolo popolare” in contrapposizione al primo. Quando si formò il governo provvisorio capeggiato dai triunviri Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni anche a Pistoia si parlò apertamente di decadenza del granducato e di repubblica; la campagna tuttavia rimase compattamente schierata dalla parte del granduca e si oppose alla città, cingendola quasi d’assedio, mentre la Guardia Civica respingeva l’attacco dei campagnoli che al grido di “Viva Leopoldo” cercavano di penetrare entro le mura cittadine. Quando nell’aprile del 1849 il granduca ritornò al proprio posto abbattendo il Governo provvisorio, solo Livorno e Pistoia non si sottomisero e a Pistoia si rifugiarono corpi armati di repubblicani provenienti da tutta la Toscana. Il 19 aprile tuttavia anche la Municipalità di Pistoia fu costretta ad arrendersi ed un battaglione granducale riprese possesso della città. Insieme all’esercito e entrarono dentro le mura anche turbe di campagnoli, avvenne così lo scontro frontale fra città e campagna che si concretizzò in una serie di disordini al termine dei quali si contarono morti e feriti.

Pistoia, 16 Marzo 2013

Testo di Lalla Calderoni
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