Terremoti d’Abruzzo

Storia dei terremoti a L’Aquila
In principio fu il 1315: la storia dei terremoti aquilani inizia infatti ben 694 anni prima del 6 aprile 2009. Più precisamente il 13 dicembre 1315. La prima scossa, si legge nelle cronache dell’epoca, si era manifestata il 1 febbraio di quell’anno, ma i danni più importanti si verificarono proprio in occasione del sisma del 13 dicembre. Tra i problemi segnalati allora vi fu il consistente danneggiamento della chiesa di San Francesco.
Quello del 1315 fu il primo sisma storicamente verificato. E’ probabile, però, che nei secoli precedenti molti terremoti abbiano colpito il territorio abruzzese e il suo capoluogo. L’Aquila, infatti, sorge su uno dei territori a maggiore sismicità della penisola e fin dalla sua fondazione è stata funestata da molti eventi tellurici.
Nemmeno il tempo di ricostruire le strutture crollate e di riparare quelle danneggiate che, il 9 settembre 1349, sull’Aquila si abbatte il primo terremoto distruttivo. Si stima che il sisma abbia avuto una magnitudo 6,5 della Scala Richter e che abbia prodotto danni valutabili intorno al decimo grado della Scala Mercalli. Raccontano le Cronache aquilane di Buccio di Ranallo che le scosse distrussero ampi tratti delle mura cittadine, facendo crollare moltissime case e chiese. I decessi furono ottocento: un numero elevatissimo, soprattutto in considerazione del fatto che all’epoca gli abitanti dell’Aquila non arrivavano neppure a diecimila. A causa del sisma crollò la chiesa di Santa Maria Paganica e venne completamente distrutta anche la chiesa di San Francesco, che già aveva subito gravi danni nel terremoto del 1315 e che dovette essere completamente rasa al suolo. La ricostruzione fu così lunga e complessa che in molti furono scoraggiati e decisero di tornare ai villaggi e ai castelli d’origine. L’esodo fu tale che, temendo che la città venisse cancellata dal Regno di Napoli, il signore dell’Aquila Pietro Camponeschi fece chiudere con tavoloni di legno le brecce delle mura cittadine, facendole presidiare.
I decenni successivi non furono tranquilli: il 3 aprile 1398 una scossa, breve ma intensa, causò qualche danno. Lo stesso accadde il 10 novembre 1423 e il 5 dicembre 1456, quando un violento terremoto venne registrato in tutto il territorio del Regno di Napoli. La scossa, verificatasi intorno alle 22, distrusse quasi integralmente Carsoli e Castel di Sangro. L’Aquila fu colpita in modo tutto sommato marginale, se si esclude qualche lieve danno alla Basilica di San Bernardino.
Di tutt’altro genere, invece, il sisma che si registrò il 26 novembre 1461. In questo caso la magnitudo stimata si aggirò sui 6,4 gradi della Scala Richter e l’intensità pari intorno al decimo grado della Scala Mercalli. Successivamente alla scossa principale, seguì una sequenza di eventi sismici che si protrasse per circa due mesi, con alcune forti scosse il 4 e il 17 dicembre e il 3 e 4 gennaio 1462. Le fonti storiche riportano della pressoché totale distruzione di Onna, Poggio Picenze, Castelnuovo e Sant’Eusanio Forconese.
Dopo oltre un secolo di relativa calma, la terra all’Aquila tornò a tremare nell’aprile del 1646 (con un’intensità stimata intorno al settimo grado della Scala Mercalli) e quello del giugno 1672. Tutte scosse che sembravano il preludio al “grande terremoto” del 1703. La prima scossa della sequenza sismica si verificò il 14 ottobre 1702, seguita da un’altra il 14 gennaio 1703, che causò gravi lesioni nelle case, oltre al crollo delle chiese di San Pietro di Sassa e San Quinziano, ma nessun morto. Appena due giorni dopo un’altra scossa, che provocò la caduta delle torri campanarie delle chiese di Santa Maria di Roio e di San Pietro a Coppito, che erano state già pesantemente lesionate dalle scosse precedenti. L’apice della sequenza sismica fu però raggiunto alle 11.05 del 2 febbraio 1703 e si stima che abbia avuto una magnitudo 6,7 della Scala Richter, causando devastazioni stimate intorno al decimo grado della Scala Mercalli. La scossa sorprese la maggior parte degli aquilani mentre si trovava in chiesa per la solennità della Candelora: circa 800 persone, ad esempio, si trovavano nella chiesa di San Domenico quando le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti. Altri crolli gravissimi si ebbero nella basilica di San Bernardino, ove rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali, e nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant’Agostino. Tutti i palazzi della città risultarono rasi al suolo o pesantemente danneggiati. In totale l’Aquila contò circa 2.500 morti (circa un terzo della popolazione), ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.

L’ANPAS in azione. Racconto di un’operazione di soccorso
l telefono che suona alle 7,30 del mattino è piuttosto inconsueto, mia moglie era uscita per accompagnare nostra figlia a scuola ed io guardavo, un po’ attonito, il telefono squillare. “Pronto”, “Ciao sono Massimiliano – ha detto la voce dall’altro capo del filo – devi andare immediatamente a L’Aquila”. “Scherzi? Io vado al lavoro – ho ribattuto conoscendo il carattere burlone del Presidente della Pubblica Assistenza di Maresca – A L’Aquila vacci tu!”. Momento di silenzio, poi: “C’è stato un terremoto, devi portare immediatamente una colonna con tende, cucina da campo ed altre cose utili. Parti assieme a Fabrizio appena pronti i camion, vi trovate in piazza Oplà dove i container sono già pronti”. A quel punto ho realizzato che non scherzava. “Bene, ciao”. Il tempo d’indossare la divisa e di salire velocemente in macchina, direzione Piazza Oplà (Pistoia). Le operazioni di preparazione e caricamento dei camion, messi a disposizione dalla ditta Ammannati, un autotrasportatore pistoiese, hanno portato via più tempo del previsto, tant’è vero che, quando ci siamo messi in movimento erano ormai scese da tempo le ombre della sera; nel frattempo le notizie della tragedia si rincorrevano frenetiche quanto frammentarie, l’unica certezza era che bisognava fare più in fretta possibile perché la situazione era gravissima. Così siamo partiti, Fabrizio ed io sulla macchina della Pubblica Assistenza di Sambuca Pistoiese a scortare i camion che ci seguivano. Fino a Roma la radio di bordo dava rare indicazioni, non particolarmente interessanti, data la distanza che ancora ci separava dalla méta, poi, pian piano sempre più precise e, purtroppo contradditorie. “Fermatevi alla tale area di servizio”, poi “Fermatevi all’area di sosta di San…”, poi “La vostra destinazione è a San Pio alle Camere”. Nonostante la situazione confusa e convulsa siamo arrivati al Campo di San Pio, dove un volontario di Siena ci ha accolto con un sorriso: “Voi siete quelli di Pistoia, vero? – poi senza attendere risposta – non dovevate venire qui, siete destinati a Castelnuovo, dista pochi chilometri”. Rapido dietrofront e via per Castelnuovo dove siamo arrivati effettivamente poco dopo. Ad attenderci i ragazzi della Pubblica Assistenza di Maresca: Sandro, Pippi, la Giulia e poi via via gli altri ed altri ancora, sia dell’ANPAs come di altre associazioni.
Qualche faccia nota, anche qualche vicino di casa, tutti affaccendati nel montare tende, torri faro e quanto di utile tra quello che era arrivato, nessuno ha notato i diversi colori della divisa, in certi momenti ci si fa veramente poca attenzione. La scena era tragicamente surreale, due immagini mi sono rimaste impresse nella mente in modo indelebile: Sandro che sosteneva per un braccio un anziano signore con il bastone che continuava a ripetere: “Voglio la mia macchina, accompagnami alla macchina” e Sandro che cercava di spiegare che la macchina forse non c’era più, era rimasta sotto le macerie.
La seconda immagine è quella degli sfollati ammucchiati in una tenda, addossati alle pareti quasi a proteggersi le spalle dal nemico spietato e invisibile, lo sguardo perso nel vuoto, forse a rincorrere un presente che avvertivano essere diventato improvvisamente passato remoto.
Ho scattato qualche fotografia, mi sentivo a disagio, avrei voluto dire qualcosa, ma non sapevo cosa. Il senso di smarrimento ed il peso della solitudine di queste persone schiacciavano anche me. Poi mi sono fatto coraggio perché la testimonianza è un obbligo civile. Per quanto possa essere gravosa non può essere tradita. Allora, con pudore ho raccolto qualche immagine. Ancora oggi, quando le guardo, ne vengo sopraffatto. Intanto le scosse si succedevano, fortunatamente lievi. Stranamente in certi momenti non trovi il tempo per la paura, nell’istante in cui riesci a metabolizzare che il motivo che ti ha portato dove sei è il terremoto, ti sembra di averci convissuto da sempre, forse il partire consapevoli, forse le lunghe ore del viaggio che ti hanno permesso di entrare nell’ordine d’idee di cosa stai per trovarti davanti agli occhi e sotto i piedi, forse anche un po’ di lucida incoscienza, nei fatti c’è che anche se hai paura non te ne accorgi.
Poi si ricomincia: Giulia che, con i suoi modi risoluti, indica cosa si deve fare per montare la cucina da campo che abbiamo portato, braccio teso e indice ‘accusatore’: “Quello và messo là, sbrighiamoci che tra poco c’è da preparare le colazioni”. Infatti, si stava avvicinando il giorno. Stanco per la notte insonne (ormai erano le 5 del mattino) sono andato a dormire in macchina.
Appena il tempo di chiudere gli occhi e una scossa di terremoto piuttosto forte ha fatto sobbalzare la piccola vettura. Ci rinuncio, ho detto tra me e me. Il tempo di scendere e riprendere la macchina fotografica, mi sono incamminato verso il paese, il cui ingresso distava dal campo poche centinaia di metri. Facendo attenzione a non arrischiarmi in passaggi pericolosi mi sono addentrato in quello che restava di Castelnuovo, accompagnato da un silenzio irreale, forse il grido muto delle pietre e di coloro che erano stati uccisi o feriti dal più sicuro dei rifugi, la propria casa. Che tragico tradimento rimanere vittima delle mura domestiche. Un passo dopo l’altro ho raggiunto il capo opposto del piccolo borgo, intorno solo macerie grigie, ‘sporcate’ dai segni recenti della vita, quella di chi non avrebbe più avuto casa nella sua casa. Abiti, giocattoli, libri, televisori e poi ancora, materassi, antenne, poltrone, tutto accatastato in un disordine di morte, silenzio e disperazione. Un silenzio assordante, ovattato dal dolore.
Poi, in prossimità della chiesa, nella parte più alta del paese, un cane; un cane bianco, di taglia media, accucciato ostinatamente su di un cumulo di macerie. Sono stato tentato di andargli vicino ma il pericolo era ancora troppo e il primo dovere di un volontario è quello di non creare problemi agli altri volontari, così, dopo diversi tentativi, ho desistito, avvertendo i Vigili del Fuoco affinché provvedessero loro al recupero. Solo dopo diverse ore ho saputo che stava accovacciato su quello che un tempo era il tetto della casa dei suoi proprietari e che loro erano morti nel crollo dell’edificio. Li stava vegliando, forse pensando di proteggerli, per quel motivo non rispondeva ai richiami. Adesso vive in Garfagnana, adottato da una volontaria di Castelnuovo. Curioso segno del destino? Chissà se lo ha considerato una beffa o una modesta compensazione? Speriamo che nella ritrovata famiglia riesca a trovare un po’ di serenità. Ci sono tornato pochi giorni dopo ad accompagnare il ‘mio Sindaco’, che aveva trovato le risorse per acquistare dei riscaldatori per le tende, accessorio utile per il clima del luogo, dove la temperatura nella notte è decisamente rigida.

Poi sono passati due lunghi anni senza avere l’occasione di tornare a L’Aquila, fino al giorno in cui è arrivata la proposta della Croce Viola di Sesto Fiorentino, associazione gemellata con la Pubblica Assistenza di Maresca. Tornare a Castelnuovo è stato doloroso: qualche transenna ad impedire l’accesso al paese e nient’altro. Mettere accanto le foto dell’aprile 2009 a quelle gennaio 2011 apre un solco nello stomaco: gli stessi sassi, gli stessi calcinacci, la stessa tristezza incapace di trasformarsi in rabbia, finanche gli stessi panni stesi, insultati dalla pioggia e rinsecchiti dal sole, sono lì, testimoni impietosi del tradimento subito da questo paese. Non posso dire di aver conosciuto gli abitanti dell’allora comunità di Castelnuovo, li ho frequentati per pochi giorni e in una situazione che lasciava poco tempo per parlarsi. Non faccio però fatica ad immaginare cosa facessero nelle loro case: vivevano. Probabilmente come tutti noi, con i problemi quotidiani e le quotidiane soddisfazioni, ingenui o diffidenti, irosi o pacifici, ciarlieri o riservati, come in tutti i paesi del mondo, tristi e felici della loro vita. Ma era la loro vita. Oggi so che sono dispersi in luoghi diversi e forse distanti gli uni dagli altri, icone di una comunità cancellata. Cosa può dire un semplice volontario che sa solo spostare qualche sasso, piantare picchetti, alzare tende e scaldare caffellatte? Sa solo immaginare il dolore profondo e assoluto dell’abbandono, l’immagine del paese ripiegato su se stesso, come fosse uno straccio da gettare presto per potersene dimenticare in fretta. Questo, al di là di ogni facile demagogia, è Castelnuovo di San Pio alle Camere 700 giorni dopo il terremoto.

Maresca (Pistoia), 5 Agosto 2012

Testo e fotografie di Andrea Paolo Nannini
__________________________________

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...