Terremoti d’Emilia Romagna

Gavello tra le rovine del terremoto e la voglia di riprendersi la vita.
Viaggio lungo la Provinciale n° 7 tra le macerie del terremoto dell’Emilia

Ok Nick, la prossima diretta la facciamo a mezzogiorno, quindi ti puoi staccare per un paio d’ore”. Guardo Francesco, l’operatore con il quale sto lavorando, e gli dico “c’è un paesino qua vicino che pare sia messo proprio male, ci si va?”. Saliamo in macchina. Da Mirandola a Gavello sono pochi chilometri in mezzo alla campagna tutta coltivata a cavallo tra le province di Modena e Mantova… campi di grano a perdita d’occhio. Il 20 aprile era tutto verde, ora, m’accorgo, è ingiallito, pronto per la mietitura… come passa il tempo… e noi sempre di corsa, sempre a cercare una storia, qualcosa di nuovo da raccontare, la testimonianza di chi da quella domenica mattina ormai non dorme più in casa propria… sembra l’altro ieri, invece il grano ingiallito mi fa capire che ne è passato di tempo… tempo fermo, come sono fermi i trattori nei cortili delle case coloniche che costellano la campagna. Fa caldo, tanto, forse troppo per essere inizio giugno. E c’è silenzio. Sembra di essere in Sicilia, dove il frinire delle cicale dà il senso dell’estate e dell’immobilità del tempo… imbocchiamo la Provinciale numero 7, che da Concordia porta fino a San Martino Spino. È una di quelle strade strette, strette, rialzate rispetto al livello del terreno, delimitate da due canali: uno a destra e uno a sinistra. Mi hanno sempre fatto un po’ impressione queste strade, dove se incroci un’altra vettura che viene in senso opposto devi rallentare fino a quasi fermarti, accostare il più possibile a destra stando attento ad evitare di finire giù nel fosso… l’asfalto è tutto crepato… sarà stato il terremoto? Chissà… ma no, no, non è stato il terremoto, queste son stradine che non vengono mai messe a posto, è soltanto asfalto vecchio, logorato dal passaggio di trattori col rimorchio e pesanti camion carichi di paglia o ortaggi. Mi piacciono queste strade dritte, che sembra siano state fatte col righello, ma poi improvvisamente arriva una curva (spesso a gomito), deviano, per poi tornare dritte… e tutto attorno campi diligentemente appezzati in enormi rettangoli. Ogni fattoria ha i suoi rettangoli. Ogni rettangolo ha il suo canale di irrigazione. L’unico elemento che distrae sono i pali dell’alta tensione che schizzano verso nord, alti, color argento… se non ci fossero sembrerebbe di essere in un’altra epoca. Un’epoca che rischia di scomparire, graffiata da un terremoto che prima ancora degli edifici ha scosso gli animi coraggiosi e determinati degli emiliani, attaccati alla propria terra e alle proprie radici in modo pervicace, ma traditi proprio da quella terra che è sempre stata la loro ricchezza.
Nella spianata delle valli tante case crollate e i fienili rasi al suolo. La sensazione nel viaggio tra le frazioni attorno a Mirandola è che il tempo si sia fermato e che in qualche modo con tutti i riflettori dell’emergenza proiettati sulle cittadine, qualcuno si dimentichi della periferia. Non ci sono tendopoli qua, non si vedono eserciti di volontari. I vigili del fuoco, sì, perché un po’ dappertutto ci sono comignoli pericolanti, tegole scivolate che minacciano di cadere a terra, case che si sono gonfiate, pareti con crepe che mettono paura. Eppure qualche vecchio resiste seduto al tavolino tondo di un bar lungo la strada.
Quarantoli, Gavello, San Martino Spino. Sono frazioni che viste dall’alto sembrano poco più di un gruppo di casette buttate con una mano dall’alto. È così la bassa padana, è il suo bello. Con case di mattoni, spesso intonacate, raggruppate lungo la strada principale, un campanile che da lontano è come un faro che ricorda a chi passa: “noi siamo qua”. Ma quei campanili son mozzi oggi, tanti sono caduti proprio. L’orizzonte della pianura ha perso uno dei suoi tratti distintivi e per chi ci è cresciuto è una ferita che faticherà a rimarginarsi. Una ferita che solo chi è di queste terre può comprendere e forse è anche per questo che la solidarietà tra gli sfollati qua è impressionante.
Dopo 10 minuti di strada, sfrecciando sull’asfalto (il tempo è sempre poco e tiranno) arriviamo a Gavello, la nostra meta. È un paesino di novecento abitanti circa. Sono praticamente tutti sfollati, al riparo negli accampamenti o nei propri cortili. Tutti ad aspettare. Solo qualche pensionato ammazza il tempo al bar Centrale (anche questo affacciato sulla Provinciale numero 7), uno dei pochi ancora aperti in zona. Lo gestisce una ragazza dell’est, ma fuori c’è ancora il vecchio proprietario che di fatto non se ne è mai andato dal suo bar e ogni giorno torna qua. È una delle prime persone che incontriamo… in camicia azzurra, canottiera e pantaloni lunghi. “È dalla scossa del 20 maggio che siamo messi così”, racconta scuotendo la testa, “la Corte di Gavello, l’edificio più antico del paese, è tutta rovinata”.
Davanti al bar c’è la strada che porta alla chiesa. Il campanile ha subito lesioni, la facciata si sta staccando dal resto dell’edificio… e la canonica è un ammasso di rovine. Il silenzio qua ha un senso diverso. Ci chiediamo se qualcuno è rimasto ferito. Mentre siamo lì davanti basiti arriva il signor Ugo che abita a pochi passi. Cappello di paglia bianca in testa, canotta e braghini corti è incuriosito dalla telecamera. “Siete della televisione? Diteglielo mo’ a quei signori di Roma che qua non è arrivato nessuno e che la gente dorme nelle tende in giardino. Non siamo mica cittadini di serie B noi, sa?”. Cosa rispondergli? Che gli aiuti stanno arrivando, che la Protezione Civile fa il possibile e che racconteremo la loro storia. Ugo è uno di quei signori non molto alti, grintosi ma bonari. Resta con noi e decide di farci da guida nel suo paese. “Lo sa che Gavello è la capitale mondiale del melone?”. Eccolo l’orgoglio emiliano! Mentre camminiamo tra le case coloniche distrutte, passiamo di fianco a un palazzo che in passato fu una residenza di Matilde di Canossa (oggi ha perso tutto il suo fascino), ci infiliamo nei cortili attraverso passaggi che solo un abitante del posto può conoscere lui ci racconta la vita di questo borghetto che a vederlo diresti “scappiamo”. E invece chi ci vive resta aggrappato con le unghie a Gavello. “Noi non ce ne andiamo mica, sa?” prosegue Ugo guardando la casa che la cognata aveva appena finito di risistemare: le finestre son saltate, crepe la tagliano dal tetto al pianterreno.
All’ingresso del paese c’è un’officina meccanica. Ci lavora Sergio: “Il capannone è inagibile, ma se io non lavoro come faccio a mangiare? Ho preso la roba che mi serve e mi son messo qua fuori, intanto… ma i macchinari pesanti stan là dentro e se mi servono, rischio. Non ho alternative”. Di fianco al suo capannone c’è la tendopoli di Gavello. È tutta fatta in casa con tende, teloni di plastica, gazebo di quelli che si usano per le fiere di paese. C’è tutto: due grandi dormitori (da un lato i giovani, dall’altro le persone più anziane) con ventilatori (la temperatura là sotto rischia di essere insopportabile); una cucina da campo fatta con fornelletti da roulotte. C’è persino un vecchio frigo che viene usato come dispensa… L’hanno costruita loro, gli abitanti di Gavello. “I nostri uomini” ci dice una signora. Dalle loro parole, dalla poca voglia di farsi inquadrare da una telecamera capiamo la rabbia: si sentono dimenticati qua. In realtà lo Stato fa quello che può e quando arriva la notizia di frazioni in difficoltà la Protezione Civile si attiva. Ma qua prevale l’orgoglio: ci aiutiamo noi da soli, almeno per campare… Diverso è il discorso della ricostruzione e della ripresa delle attività produttive.
Le aziende qui sono poche, ma quelle poche sono in ginocchio. Come in ginocchio è il mondo agricolo, vera spina dorsale delle borgate. Buona parte delle attività sono ancora chiuse. In centro e nelle campagne le strutture più vecchie sono crollate. Spostandosi verso San Martino Spino c’è il capannone dove vengono portati tutti i meloni coltivati in zona. Nell’aria c’è quel profumo dolce tipico del melone. Il titolare dell’azienda non è contento: “Questa è tutta merce da buttare”, commenta indicando interi pancali di meloni (tonnellate di roba) al sole. Sono mesi di lavoro bruciati dal sole. Come sono mesi, anni di lavoro, andati persi le centinaia di migliaia di forme di Parmigiano Reggiano rovinate dal terremoto. Solo che in questo caso – forse anche perché si tratta di un prodotto d’eccellenza, di un vero simbolo che identifica l’Italia nel mondo – qualcosa si è mosso. Di certo non vedremo mai la pubblicità in tv del melone di Gavello…

I terremoti del 20 e del 29 maggio 2012 hanno segnato per sempre questa regione. Basta guardarsi attorno e viene spontaneo domandarsi se la tenacia del signor Ugo animerà anche i (pochi) giovani che vivono in questi paesini. Con l’economia in ginocchio, interi quartieri da rifare da zero sarà facile pensare di voler ripartire altrove. O semplicemente di volere andare via da una terra che non è più sicura e affidabile come prima. Eppure, poi, le risposte che si raccolgono parlando con la gente ti fan sperare che fra qualche anno Gavello, Quarantoli, Rovereto sulla Secchia non saranno luoghi silenziosi popolati solo dai ricordi di una vita interrotta alle 4 del mattino da un terremoto.
Oggi, sì, sono scheletri immobili. Monumenti al ricordo… forse fan più impressione proprio per questo: davanti alle case crepate, alle chiese crollate, ai cimiteri violentati da una mano che non ha nome, ai campanili mozzati ci si rende conto della grande opera dell’uomo, della storia secolare che ha trasformato il panorama e gli ha dato un valore che sarà difficile recuperare. Memoria viva che non vuole morire, ma che è anche colpevole di non aver saputo difendersi, curarsi di sé, forse perché si è fatta bastare il fatto stesso di esistere. Forse perché distratta dal lavoro quotidiano nei campi, maniche rimboccate, schiena piegata, pelle indurita dal sole. La gente qua è anche questo: orgogliosa e tenace, ma probabilmente più concentrata sulle questioni pratiche della vita di tutti i giorni che alla necessità di preservare un passato che fino a oggi è stato la base del futuro degli abitanti di queste campagne verdi, ricche, generose. E ora più silenziose di prima.

Roma, 7 Agosto 2012

Testo e fotografie di Nicola Veschi
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1 risposta a “Terremoti d’Emilia Romagna”

  1. Adriano Senatore ha detto:

    Articolo magistralmente scritto e toccante…di notevole valore umano, oltreché letterario.

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