Il sequestro di Aldo Moro


Il video del ritrovamento della salma di Aldo Moro, 9 Maggio 1978 (fonte Youtube)

Anche alla luce di alcune dichiarazioni di chi all’epoca aveva ruolo primario e conoscenza diretta della vicenda (leggasi le recenti, scottanti affermazioni dell’ex giudice istruttore Dr. Ferdinando Imposimato su Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Nicola Lettieri), senza dubbio il sequestro e l’uccisione di Aldo Romeo Luigi Moro (Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978) rappresenta ancor oggi uno degli avvenimenti più discussi, controversi e ammantati di mistero degli ultimi 50 anni della res pubblica Aldo_Moro_britaliana.
L’Associazione ‘9cento è con piacere e riconoscenza che pubblica uno scritto del sen. Miguel Gotor relativo all’incontro del 10 Maggio 2013,
tenuto
a Pistoia presso la Sala Maggiore del Comune. Il Prof. Miguel Gotor, introdotto dall’Assessore all’Educazione e alla Cultura del Comune di Pistoia, Dr.ssa Elena Becheri, davanti ad un nutrito pubblico composto, tra gli altri, da numerosi studenti di terza media e delle classi delle scuole superiori, ha esposto il suo pregevole lavoro di ricerca storica sul caso Moro.
Per gentile concessione del sen. Gotor ne è di seguito riportato il testo integrale.

“Il 18 maggio 1978, pochi giorni dopo la morte di Aldo Moro, l’Italia era ancora immersa in una coltre di sgomento, fango e smarrimento, quando Italo Calvino pubblicò sul «Corriere della Sera» un articolo intitolato Le cose mai uscite da quella prigione. Lo scrittore, con la lucidità che ha contraddistinto la sua posizione nella cultura italiana del secondo Novecento, rifletteva sulla «possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore» e sollevava il problema del dialogo tra il prigioniero e i suoi carcerieri manifestando «la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre, più di quelli di Cesare e di Bruto e di Antonio, perché i carnefici non raccontano mai nulla e Moro non sarebbe più tornato» [1]. L’assenza del testimone integrale – Aldo Moro – e la propensione al silenzio dei suoi assassini: da questa velenosa miscela scaturiva, secondo Calvino, l’impossibilità di raccontare quella vicenda con gli strumenti e i metodi della storia [2]. Lo scrittore con rabdomantica sensibilità coglieva precocemente nel segno perché gli scritti di Moro dalla prigionia, le lettere e il memoriale, hanno seguito un percorso travagliato e oscuro, che costituisce la pertinente metafora della tragedia del potere che travolse l’uomo politico democristiano.

In base alla testimonianza di Eleonora Moro esistono ventotto lettere autografe del marito, anche se si ha la fondata ragione di ritenere che le Brigate rosse ne distribuirono non meno di trentasei [3]. È bene sottolineare che i sequestratori distribuirono pubblicamente soltanto quattro missive (una lettera a Cossiga, due a Zaccagnini e uno scritto su Paolo Emilio Taviani), affidandone il recapito a importanti quotidiani e dunque decidendo di voler influenzare con quest’atto direttamente l’opinione pubblica italiana. L’obiettivo, che fu perfettamente raggiunto, era duplice: per un verso, distruggere la statura politica e la moralità personale di Moro, per un altro usare i suoi messaggi per dividere il fronte politico e istituzionale fra quanti erano favorevoli a una trattativa pubblica con i brigatisti e chi invece riteneva che il governo e i partiti non dovessero cedere, almeno apertamente, al loro ricatto.

I sequestratori consegnarono le rimanenti missive seguendo canali segreti e i destinatari decisero di rispettare la loro volontà. Naturalmente, queste lettere riservate, seppure non influenzarono direttamente l’opinione pubblica, condizionarono lo stesso i comportamenti di quanti le avevano ricevute. Esse facevano parte di un secondo grado di destabilizzazione psicologica e politica, funzionale a creare un baratro di diffidenza e di reciproco sospetto fra la famiglia del rapito e le autorità pubbliche, un fattore che ebbe un ruolo determinante nell’incattivire ancora di più il nodo di questa storia, sino a renderlo inestricabile. Si ebbero però quattro eccezioni: il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il segretario del Psi Bettino Craxi ricevettero riservatamente una lettera ciascuno che scelsero di rendere nota, così come fece la moglie Eleonora nel caso di una terza missiva indirizzata al segretario della Dc Benigno Zaccagnini il 20 aprile 1978 (per ottemperare a una esplicita richiesta del marito) e alla Democrazia cristiana, in quest’ultima circostanza per decisione dei collaboratori di Moro. Di conseguenza, soltanto otto lettere (quattro per necessitante volontà dei brigatisti, quattro per scelta dei destinatari) concorsero a formare l’immagine di Moro prigioniero, quella di una vittima querula e gonfia di rancore, priva di senso dello Stato e delle istituzioni, attaccata soltanto ai suoi affetti privati. Una sorta di agnello sacrificale, intorno al quale, negli anni successivi, in troppi avrebbero in modo indegno e maramaldesco continuato a pasteggiare.

Nell’ottobre 1978, saltarono fuori altre ventotto missive (di cui diciotto, a quanto ne sappiamo, inedite sino a quel momento) ritrovate a Milano nel covo brigatista di via Monte Nevoso: non in originale, ma in formato dattiloscritto. Il fatto che si fossero ritrovati soltanto dei dattiloscritti non firmati (che, ovviamente, chiunque avrebbe potuto battere a macchina e poi attribuire a Moro) indusse erroneamente a ritenere che in quella circostanza fossero state recuperare le veline usate dai brigatisti per dettare al prigioniero ciò che egli aveva scritto, a conferma di quanto era stato sostenuto dagli esponenti del cosiddetto partito della fermezza durante il sequestro, il governo, la Dc, il Pci e il Pri: quelle lettere non erano moralmente autentiche e dunque attribuibili a Moro.

Nell’ottobre 1990, sempre nello stesso appartamento, dentro un’intercapedine occultata da un pannello di cartongesso, venne scoperta da un operaio che stava compiendo dei lavori di ristrutturazione una cartella contenente 419 fotocopie di manoscritti di Moro [4]. Dodici anni dopo quei tragici fatti, insieme con il memoriale, giungevano così a destinazione una serie di lettere scritte dal prigioniero, molte delle quali mai recapitate dai brigatisti, che raggiunsero i destinatari solo allora come se provenissero da un altro mondo e li cogliessero all’improvviso dentro un’altra vita. Il fatto che si trattasse di manoscritti, per quanto in fotocopia, rivelava che Moro aveva scritto di suo pugno molto di più di quanto supposto fino a quel momento, ma ormai ciò non importava più a nessuno.

Dopo questo secondo ritrovamento sappiamo che Moro in realtà scrisse almeno novantasette messaggi, tra lettere, biglietti e testamenti. Questi dati numerici rivelano quanto sia stato importante un aspetto sovente trascurato, ossia quello della censura e della manipolazione messa in atto dai brigatisti che non solo distribuirono i messaggi con un’accorta e selettiva strategia di recapiti privati e pubblici, ma, su quasi cento messaggi, ne resero noti soltanto quattro e in via riservata meno di un terzo. I carnefici non raccontano mai nulla aveva sostenuto Italo Calvino e infatti Mario Moretti, nel corso di un’intervista rilasciata a Carla Mosca e Rossana Rossanda nel 1993, poté continuare a dichiarare serafico: «Noi abbiamo reso pubblico quasi tutto quel che [Moro] scrive, le poche volte in cui non è stato così è perché inoltrare le sue lettere è rischiosissimo […] Del resto perché avremmo occultato qualche lettera?» [5].

Nonostante esistessero già alcune edizioni degli scritti di Moro dalla prigionia, in alcuni casi pregevoli [6], il primo obiettivo del mio lavoro di questi è stato quello di compiere un nuovo e autonomo esercizio di trascrizione di tutte le lettere finora conosciute e di definire una cronologia di stesura dei diversi messaggi da parte del loro autore. Ho scelto quindi di valorizzare il tempo interno del prigioniero e non quello dei brigatisti – che sapevano il momento in cui erano scritte le lettere, ma decidevano loro se e quando recapitarle – o quello esterno dei destinatari, che soltanto all’atto del ricevimento si potevano formare un’idea della vicenda attraverso di esse. Avremmo potuto dare la preferenza al momento del recapito, attraverso una distinzione fra le lettere giunte a destinazione e quelle censurate dai brigatisti, ma abbiamo voluto concentrarci sul Moro autore per due motivi. In primo luogo, ci è sembrato il modo più efficace per dare conto dell’effettivo costruirsi e fluire del suo pensiero e finalmente consentirne una lettura il più possibile lineare: aggirando l’interdizione imposta dalle Brigate rosse che impedirono volutamente quel tipo di fruizione ai tempi del sequestro; ma anche quelle ragioni di riservatezza o di opportunità che indussero i famigliari e alcuni esponenti politici destinatari delle lettere a renderle note in tempi e modalità diverse, spesso a distanza di anni dal loro ricevimento. In secondo luogo, nelle intenzioni dell’autore queste lettere furono pensate e prodotte in modo unitario e consequenziale: provare a ricostruire quest’ordine spezzato dagli altri contro la sua volontà ci è parso il modo migliore per restituire a Moro, dopo trent’anni, un’identità negata. Una scelta che è anche una forma di risarcimento morale e che parte dall’esigenza di interpretare le ragioni umane e politiche del prigioniero e di recuperare il valore del messaggio civile da lui elaborato nel corso di quei tragici 55 giorni.

In tutta evidenza, siamo davanti a una messe di scritti ampia e composita, conosciuta in circostanze e momenti differenti di cui – a parte i ventotto manoscritti effettivamente recapitati durante il sequestro – a tutt’oggi non sono stati ritrovati gli originali, ma solo dattiloscritti o fotocopie di manoscritto. Questo secondo aspetto non è meno importante della censura brigatista anche perché la scomparsa degli autografi di queste lettere è un comune destino che ha riguardato anche il memoriale di Moro. E ciò non è avvenuto sebbene i sequestratori abbiano trascorso il primo mese del rapimento a minacciare di divulgare le notizie che il prigioniero stava loro rivelando in base al principio rivoluzionario che niente doveva essere nascosto al popolo.

In realtà, la lettura dei comunicati delle Br permette di comprendere che l’operazione Moro ebbe da subito una doppia connotazione: quella di un normale sequestro di persona, che seguì tecniche di gestione dell’ostaggio e modalità ricattatorie tipiche di un rapimento ordinario, ma anche una valenza spionistico-informativa, ossia legata al controllo della parola di Moro e alla raccolta di dati sensibili da lui conosciuti in ambito italiano ed estero. Un aspetto che precipitava la vicenda nei drammatici meandri della ragion di Stato, come peraltro rivendicato dallo stesso prigioniero il 29 marzo 1978 nella sua prima lettera a Francesco Cossiga, quella che egli sperava rimanesse riservata, affinché fosse possibile procedere a un negoziato segreto, l’unico a cui affidava la possibilità di avere salva la vita, e che i brigatisti resero pubblica a sua insaputa. Quella ragion di Stato, mai disgiunta da un impasto di vanità e di interessi umani, che Moro invocava subito a sua protezione in quanto sapeva che altrimenti, con il trascorrere dei giorni e il solidificarsi degli schieramenti, l’avrebbe travolto. Come accadde puntualmente.

Da subito ho avvertito la strumentalità e persino la falsità del dilemma se quelle lettere fossero autentiche o no. Sin dal primo momento ho avuto la sensazione che questi messaggi potessero dire molto di più di quanto le parole comunicassero in apparenza, ma andavano osservate con attenzione, a partire dalla materialità della scrittura, provando ad analizzare i meccanismi di formazione del discorso del prigioniero e le eccezionali modalità di trasmissione dei documenti nel corso di dodici anni. Così facendo ho potuto constatare che alcune lettere di Moro erano scritte alternando penne di diverso modello e colore da un foglio all’altro come confermato dalle recenti analisi di laboratorio svolte dall’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio artistico e librario, sotto la direzione di Maria Cristina Misiti. Un chiaro segno del fatto che questi documenti furono compilati in tempi diversi e ricopiati da Moro sovente in modo meccanico, come rivelano anche i numerosi inserti fra le righe compiuti sia nelle lettere, sia nel memoriale, che aggiungeva in un secondo momento una parola saltata senza la quale la frase non avrebbe avuto senso logico compiuto. Inoltre, mettendo a confronto i dattiloscritti e i manoscritti conosciuti credo anche di essere riuscito a spiegare la complessa modalità di scrittura delle lettere effettivamente distribuite dalle brigate rosse: i dattiloscritti delle lettere erano battuti a macchina già nel corso del sequestro a partire da un primo manoscritto di Moro e uscivano per ragioni di sicurezza e di praticità in questo formato dalla prigione per essere valutati dal comitato esecutivo delle Br; solo dopo questa supervisione, venivano riconsegnati ai carcerieri affinché Moro potesse ricopiarli.

Le analisi di laboratorio hanno accertato un ulteriore aspetto: i singoli fogli di una medesima lettera non derivano da uno stesso block notes in modo continuativo, ma da esemplari differenti. Non abbiamo quindi solo inchiostri, ma anche fogli diversi, successivamente riuniti dai sequestratori e, infine, rivisti da Moro, che li rileggeva, li numerava per dare loro omogeneità ed eventualmente correggeva con l’ultima penna che aveva a disposizione, non necessariamente quella con cui i testi erano stati originariamente scritti. A conferma di ciò vi è il dato che la lettera a Benigno Zaccagnini è scritta con tre penne diverse e, almeno in caso, senza che la necessità di cambiare biro sia motivata da un visibile esaurimento dell’inchiostro. Inoltre, nella lettera alla Dc, l’ultima parola di una pagina non corrisponde grammaticalmente con la prima del foglio successivo. In questo caso, l’alternanza di fogli interamente scritti con penna nera e blu autorizza a pensare che la missiva recapitata sia stata assemblata mescolando due testi all’origine differenti, uno scritto tutto con penna blu e l’altro con penna nera. Queste sfasature grammaticali e sintattiche sono frequenti anche nel memoriale, ma purtroppo, trattandosi di fotocopie, non è possibile rivelare se ciò avvenga in occasione del cambio di penna.

Queste constatazioni rivelano la realtà di una scrittura estremamente artificiosa, vigilata e laboriosa, scaturita dal cuore di una zona grigia, dentro un campo di contrattazione continuo ed estenuante fra il prigioniero e i suoi inquisitori, che consente di escludere l’ipotesi dell’esistenza di messaggi segreti o in codice. Il controllo dei sequestratori fu applicato in modo rigoroso nelle lettere più politiche effettivamente distribuite, ma non venne attuato nelle struggenti lettere di addio che Moro scrisse ai suoi familiari ritrovate soltanto nel 1990. In questo caso, l’osservazione dei testi, seppure in fotocopia di manoscritto, denota che le missive furono redatte in una condizione di maggiore libertà espositiva: i brigatisti sapevano sin dall’inizio che non le avrebbero recapitate e fecero credere al prigioniero che quei messaggi erano stati sequestrati dalla polizia. Il fatto che il prigioniero per ben due volte nel corso dei 55 giorni fu indotto dai suoi carcerieri a scrivere quelle lettere di addio sotto la minaccia di una condanna a morte imminente, rivela come i terroristi si servissero di questi espedienti emotivi, tipici di ogni sequestro di persona a scopo estorsivo, per aumentare il loro dominio psicologico su Moro e prostrarlo sempre di più.

Per provare a comprendere il significato di queste carte mi è sembrato determinante spostare l’attenzione dal tema dell’autenticità a quello della formazione del discorso di Moro, a partire dal dato di fatto che egli era un prigioniero e quindi obbligato a instaurare un inevitabile campo di contrattazione con i suoi carcerieri, a sfruttare la loro necessità di comunicare al mondo il loro atto terroristico, ad aggirare la censura che gli veniva imposta con l’obiettivo di far trapelare ai famigliari, alle forze dell’ordine, ai suoi colleghi di partito la necessità di uno scambio di prigionieri – che è bene ricordarlo – egli pensava che dovesse restare segreto.

Insieme con le parole e le modalità di formazione del discorso ho scoperto anche un autore affascinante sul piano letterario, un uomo che vive una lucida agonia e sceglie di testimoniarla, l’estrema risorsa che trova nella scrittura l’ultimo baluardo. Quella parola disperata, in cui ogni termine è pertinente, essenziale, levigato dall’attesa, dalla speranza, dall’angoscia, dall’odio, dalla paura, dall’amore, racconta un uomo e dà senso a un’epoca con una efficacia a tratti sorprendente ed emotivamente coinvolgente. Per questa ragione queste lettere interessano dal momento che riescono a essere tante cose insieme: belle, aspre, commoventi, lucide, spirituali, angoscianti, sottili, pungenti, amorevoli, disperate, vitali; ma anche in quanto vi scorgiamo le radici di una riflessione sulla qualità della nostra democrazia e sul valore della cittadinanza, che oggi riconosciamo come questioni centrali.

Ripartire dai documenti era necessario non solo per studiare la vicenda Moro e proseguire sul sentiero della ricerca di una verità storica credibile, ma anche perché queste lettere meritano di essere sottratte al silenzio e al disinteresse che tuttora le circonda. Le lettere che Moro scrisse dalla cosiddetta «prigione del popolo» nella primavera del 1978 devono essere rese disponibili a chi desidera tornare con la memoria a quei giorni, ma anche a quanti allora non erano ancora nati e oggi sono cittadini curiosi di approfondire la storia del proprio Paese e desiderano confrontarsi con quei testi, con le domande ancora attuali che pongono a proposito dei rapporti tra impegno civile e sentimento religioso, ragion di Stato e diritti della persona, democrazia e violenza politica.

Mi sembra chiaro che ancora oggi queste parole rappresentano l’unica autentica testimonianza del calvario di Moro in quei giorni inquieti: una testimonianza inevitabilmente scivolosa e ambigua come l’intera storia di cui sono documento. Rileggerle e provare a comprenderle può costituire l’unica possibilità di raccogliere la sfida lanciata dallo scrittore Calvino alle ragioni e al senso del mestiere di storico. Per quanto mi riguarda sono state anche il solo modo per restare fedeli a un insegnamento che Moro amava ripetere ai suoi studenti: anche nella necessità si può e si deve essere liberi”.

Pistoia, 15 Luglio 2013

Testo del sen. Miguel Gotor,
a cura di Maria Lorello

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[1] Le cose mai uscite da quella prigione, in «Corriere della Sera», 18 maggio 1978, I. Calvino, Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, vol. II, Milano, Mondadori, 1995, pp. 2336-43: 2338

[2] Mi sono soffermato su come «il caso Moro» è stato rielaborato in campo letterario in Dentro il baule di Aldo Moro, in Atlante storico della letteratura italiana, a cura di S. Luzzatto e G. Pedullà, Dal romanticismo a oggi, vol. III, a cura di D. Scarpa, Torino, Einaudi, 2012, pp. 959-963.

[3] Affronto l’argomento in Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008, pp. 223-235.

[4] Sulla vicenda dei diversi ritrovamenti mi sia consentito rinviare a M. Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Torino, Einaudi, 2012, pp. 49-188.

[5] Cfr. M. Moretti, Brigate rosse. Una storia italiana, intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda, Anabasi, Milano 1994, p. 149.

[6] Ad esempio Aldo Moro, L’intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978, introduzione di George L. Mosse, note di G. Baget Bozzo, M. Medici e D. Mongillo, a cura della Fondazione Aldo Moro, Milano, Garzanti, 1979; Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, a cura di F.M. Biscione, Roma, Coletti, 1993; «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, a cura di S. Flamigni, Milano, Kaos edizioni, 1997 e Aldo Moro, Ultimi scritti, a cura di E. Tassini, Edizioni Piemme Pocket, Casale Monferrato 2003.

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Miguel GotorIl senatore Miguel Gotor, nato a Roma il 18 Aprile 1971, è un politico e docente di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Torino. Oltre ad essere uno studioso di storia della vita religiosa (in particolare del XVI e XVII secolo), si occupa anche di ricerca in merito vicende storico-politiche degli anni ’70 del Novecento. In particolare, ha curato la stesura di Lettere dalla prigionia (Einaudi, 2008) testo che riproduce l’epistolario di Aldo Moro durante il sequestro operato dall’organizzazione terroristica italiana “Brigate Rosse“. Nel 2011 Gotor ha scritto Il memoriale della Repubblica: gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi, 2011).

Tutte le immagini di questo scritto sono state tratte da Wikipedia.

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